Dire “Signora presidente” non è un vezzo ma semplice democrazia

Se qualcuno mi chiamasse dottor Betti o signor Betti, io non mi girerei, penserei anzi di avere accanto a me qualcuno che ha il mio stesso cognome. Lo dico perché chiamarmi con un appellativo maschile sarebbe, per me che sono una donna, un affronto alla mia identità che è una delle poche cose certe della mia vita. Una regola minima, o meglio la base del riconoscimento reciproco, del fatto che sul Pianeta esistono uomini ma anche donne, una diversità che se non è riconosciuta a partire dal linguaggio diventa uno strumento di oblio, di cancellazione del sé, di messa in discussione dell’identità propria di un essere vivente in questo caso di sesso femminile.

Per questo la richiesta della vicepresidente socialista dell’Assemblée Nationale, Sandrine Mazetier, di essere chiamata “Madame la president”, e non “Madame le president” come insisteva il deputato Julien Aubert (UMP), non è un capriccio o una richiesta insensata priva di reale importanza, ma un atto di democrazia. Un dovere, e non un optional, inserito anche nel regolamento delle Instruction générale du Bureau de l’Assemblée Nationale (1998, article 19). E non è valso a nulla per Aubert il fatto di aver dichiarato come lui facesse riferimento alle regole dell’Académie française, composta per 85% da uomini e storica istituzione da sempre contraria a coniugare al femminile cariche e professioni, perché il regolamento parla chiaro sul dovere di coniugare al femminile le funzioni esercitate dalle donne che lavorano all’interno dell’istituzione. Un fattore, quello di inserire norme riguardo all’uguaglianza tra uomini e donne a tutti i livelli, che dovrebbe farci riflettere, soprattutto qui in Italia, di quanto siano utili quando si presenta l’occasione (che non manca mai) e non per un fatto di principio quanto proprio per il rispetto della democrazia a partire dalla differenza di genere.

Ma la notizia nella notizia è che quello che ha fatto rimbalzare su tutti i giornali francesi la seduta di lunedì sera in cui Aubert continuava a chiamare Mazetier “Madame le president”, non è stata la provocazione manifesta nell’insistere in un errore linguistico (altro che francese) per dimostrare la propria superiorità di maschio a una donna che si trovava lì e in quella veste istituzionale “per caso” – provocazione evidente dato che Aubert ha insistito successivamente a chiamare la ministra Ségolène Royal con un altrettanto ridicolo “Madame le ministre” – ma perché il deputato UMP si è preso una multa di 1.378 euro. Una sanzione finanziaria che è sembrata a molti sproporzionata e su cui Aubert ha ironizzato con un: “Mi puniscono come se avessi fatto un gestaccio alla presidenza. Eppure, ho solo parlato francese”, mentre i suoi colleghi lo hanno difeso dichiarando: “È una sanzione scandalosa”. Una “storiella” che “vale la penna”  in quanto ricalca i peggiori stereotipi maschilisti che vado a elencare: dal fatto che una donna a un vertice, qualsiasi sia, si trova lì per sbaglio e non è il suo posto, quindi la si disconosce nella sua identità di persona; il fatto di ridicolizzare l’atto e di ritenere esagerata la sanzione su Aubert in quanto cosa di poco conto – ovviamente perché riguarda una donna; la solidarietà maschile nel sostenere Aubert ingiustamente condannato per un caso poco importante: il tutto teso a sostenere una cultura in cui le donne devono stare al loro posto e non sulla sedia di una presidenza, e a ribadire che anche quando ci arrivassero si devono stare zitte se sono appellate al maschile. Un insieme di fattori che, nella triste realtà in cui siamo, concorre a dare spessore non all’offesa su Mazetier e quindi la provocazione fatta dal deputato uomo, ma la sanzione esagerata a Aubert, inflitta dalla vicepresidente, donna (dato che le donne hanno sempre responsabilità doppie e la colpa originale).

Ma non finisce qui, perché se in Francia, che è un Paese civile, succede questo, in Italia è molto peggio. Chi non si ricorda la valanga di insulti e di critiche che la nostra presidente della camera Laura Boldrini, si prese quando nel settembre dell’anno scorso, durante un convegno al senato, disse apertamente di voler essere chiamata “Signora Presidente”, all’interno di un intervento che smontava, uno a uno, tutti i peggiori stereotipi sulle donne che ancora oggi ci tocca sopportare? Io me lo ricordo bene, perché ero lì, seduta, a quel tavolo nel convegno su “Convenzione di Istanbul e media”, una Convenzione, ratificata anche dall’Italia, che dice chiaro e tondo come per contrastare la violenza sia necessaria una uguaglianza tra uomini e donne “de jure et de facto”: un obiettivo in cui è necessario partire proprio dal linguaggio e dalla cultura, ovvero da qui. Un messaggio non ancora assorbito in Italia in nessun modo, un’ignoranza e una superficialità dimostrata oggi dai commenti a seguito della solidarietà pubblica della Presidente Boldrini alla vicepresidente Sandrine Mazetier, e pubblicata sul suo profilo FB  (che ha mandato una lettera apprezzata dalla stessa Mazetier su twitter – v. qui sotto), che ha scatenato commenti di disprezzo e denigrazione di chi non solo non sa effettivamente di cosa stiamo parlando ma che ignora completamente che sulla nostra pelle, oggi, si gioca il concetto stesso di democrazia.

Ma la responsabilità di chi è? come fa notare la stessa Boldrini nella sua lettera: “Anche nel mio ruolo di Presidente della Camera spesso mi capita che deputati e deputate persistano nel rivolgersi a me come Signor Presidente. La questione, sollevata pubblicamente, è stata anche oggetto di critiche e derisioni da parte di alcuni mezzi di informazione”. In poche parole, la percezione di quello che qui si discute è fondamentale per poter cambiare la cultura e su questo i media hanno una grande responsabilità: possono scegliere di essere un elemento propulsore del cambiamento o perdurare nel conservatorismo più becero.


Lettera della presidente della camera

Laura Boldrini

alla viceopresidente dell’Assemblea nazionale francese

Sandrine Mazetier

Cara Collega,

ho appreso che durante una seduta dell’Assemblea Nazionale Lei ha avuto un duro confronto con un parlamentare che si rifiutava di chiamarLa “Madame la Présidente”.

Le esprimo il mio apprezzamento e la vicinanza per quanto accaduto.

Anche nel mio ruolo di Presidente della Camera spesso mi capita che deputati e deputate persistano nel rivolgersi a me come “Signor Presidente”. La questione, sollevata pubblicamente, è stata anche oggetto di critiche e derisioni da parte di alcuni mezzi di informazione.

Tutto ciò ha consolidato in me la convinzione che il rispetto della donna è un fattore che passa sicuramente attraverso l’uso di un linguaggio corretto che restituisca il genere di appartenenza.

Questo può apparire ad alcuni come una pura formalità o peggio ancora un vezzo. Rappresenta, invece, un modo per combattere antichi ma perduranti stereotipi nella rappresentazione delle donne e nella resistenza a riconoscerne il ruolo anche quando esse ricoprono posizioni apicali nelle istituzioni pubbliche o nel mondo privato.

Sperando di poterLa conoscere direttamente in una prossima occasione, Le invio i miei più cordiali saluti.


Sandrine MAZETIER

Vice Presidente

Assemblea Nazionale Francese

Lettera di solidarietà della presidente della camera Laura Boldrini alla Vice Presidente Assemblea Nazionale Francese, Sandrine Mazetier

Lettera di solidarietà della presidente della camera Laura Boldrini alla Vice Presidente
Assemblea Nazionale Francese, Sandrine Mazetier

Un pensiero su “Dire “Signora presidente” non è un vezzo ma semplice democrazia

  1. Perfettamente d’accordo, lo stesso discorso vale per le ministre, con l’utilizzo del maschile (il ministro, signora ministro etc) non solo da parte dei media, ma spesso anche da parte delle dirette interessate.

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