In diretta dall’inferno: i libri inchiesta di Lydia Cacho

La giornalista Lydia Cacho

La giornalista Lydia Cacho

Arriva in Italia tradotto e pubblicato da Fandango “Los Demonios del Eden” (2005), dove la giornalista senza paura, Lydia Cacho, racconta il traffico delle bambine, gli stupri, il mercato del sesso. In sintesi: l’inferno. Per ricordare tutto il lavoro della giornalista messicana, riporto qui la recensione di “Memorie di un’infamia” (Lydia Cacho, Fandango, 2011, 16,50 euro) che ho fatto due anni fa su “Le monde Diplomatique”, dove si parla anche dei “Demoni dell’Eden” che Lydia Cacho verrà a presentare in Italia e che dalla prossima settimana sarà a Roma con un imperdibile appuntamento alla Casa Internazionale delle donne.

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Memorie di un’infamia – Lydia Cacho Fandango, 2011, 16,50 euro

«Metti che dico a Lesly Portamene una di 4 anni, e lei mi dice: Se la sono già scopata, io lo vedo se l’hanno già scopata vedo se è il caso di metterglielo dentro o no. Tu lo sai che è il mio vizio, no? È una stronzata ma non so resistere, e lo so che è un reato e che è proibito però è talmente facile, una bambina piccola non ha difese, la convinci in un amen e la prendi». Lydia Cacho ha cominciato da qui, dalle immagini di una confessione strappata da una telecamera nascosta a Jean Succar Kuri, imprenditore pedofilo coinvolto nel trafficking di bambine e adolescenti all’interno di una rete internazionale e coperto da importanti esponenti politici e uomini d’affari probabilmente, anche loro, implicati nel traffico. Un’inchiesta che ha portato la giornalista messicana prima alla pubblicazione di Los Demonios del Eden (2005), dove racconta il traffico delle bambine, gli stupri, il mercato del sesso all’interno di una rete con «molteplici connessioni internazionali», frutto di una vasta e capillare raccolta di documentazione e di materiale pedopornografico, con video e foto, in cui la scrittrice non ha paura di fare nomi e cognomi dei responsabili; e poi a Memorie di un’infamia (2011) dove racconta anche la sua storia, il suo incubo personale. Accusata di diffamazione e calunnia, a causa del primo libro, dagli stessi responsabili del trafficking, Lydia Cacho non sapeva di aver messo il dito su una piaga che coinvolgeva non solo l’imprenditore Succar ma un intero entourage politico fatto di legami e clientelismi, che l’avrebbe portata quasi a morire per mano della polizia giudiziaria corrotta. Arrestata, sequestrata, torturata, portata in un carcere fuori la sua giurisdizione, Lydia è viva per miracolo, e dopo essere stata coinvolta in processi senza fine, riceve ancora oggi minacce di morte. Ed è per questo che è importante parlare di lei, perché oltre al suo coraggio è viva anche «grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica e all’appoggio di colleghi e colleghe del mondo del giornalismo e, più in generale, di quello dei mezzi di comunicazione», come spiega lei stessa, perché se il suo caso non fosse diventato pubblico e se il suo arresto non fosse balzato ai mass media al momento del suo prelievo coatto, il suo corpo sarebbe stato probabilmente ritrovato in mare senza vita. Un esempio di giornalismo militante che acquista i suo potere «quando dà voce a chi è stato costretto a tacere dalla forza schiacciante della violenza», uno dei motivi per cui Lydia Cacho, insieme a Roberto Saviano, ha ricevuto pochi giorni fa l’Olof Palme Prize 2012, il premio svedese destinato a chi lotta per la libertà, per la «instancabile, altruista e spesso solitaria battaglia per i loro ideali e per i diritti umani».

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