Siria: il massacro dei bambini e la forza delle donne (2012)

siria donne e bambini

Azione 20/feb/2012

Luisa Betti

Primavera araba La resistenza contro il regime di Bashar al Assad non viene condotta solo dagli uomini, dopo un anno di proteste e di violenze la voce delle donne si fa sempre più forte
 

«La situazione a Damasco è drammatica: intere famiglie uccise, cadaveri gettati per strada, corpi esposti con le mani legate per terrorizzare la popolazione», a parlare è la signora Um Mohammad, madre di 6 figli e nonna di 6 nipoti, che vive nel quartiere di Al Tal, alla periferia di Damasco, in Siria, dove ormai è guerra civile. «Ci hanno tagliato la luce e il gas per il riscaldamento – continua l’anziana signora – e non abbiamo più neanche il pane. Dormiamo vestiti e in qualsiasi momento dobbiamo essere pronti a scappare perché i soldati di Bashar sfondano le porte ed entrano in casa per violentare e uccidere. Negli ultimi giorni l’esercito fa irruzione, prende tutte le coperte e i vestiti invernali, li accatasta fuori e li brucia davanti a tutti. Vogliono far morire di freddo la popolazione, vogliono piegare la volontà del popolo siriano, ma non ci riusciranno: i miei figli escono a manifestare anche scalzi o con delle vecchie infradito, che ci sia neve o fango poco importa».

I cadaveri in Siria non si contano più, le Nazioni Unite parlano di 6.000 morti dall’inizio delle rivolte a marzo, ma fonti ufficiose dicono che il numero sarebbe il doppio. Nello scontro si fronteggiano l’Esercito libero della Siria e l’Esercito nazionale di Bashar Al-Assad, presidente alla guida del paese dal 2000, quando fu richiamato dalla Gran Bretagna, dove viveva e dove aveva studiato oftalmologia, a seguito della morte del padre Hafez. Bashar, che nelle ultime elezioni era stato riconfermato con il 97% dei voti, ha sempre tenuto sotto scacco il popolo siriano malgrado l’apparenza «aperta e occidentalizzata» che aveva voluto dare di sé nelle visite ufficiali all’estero e sulle copertine dei giornali. Una forma, più che una sostanza, per cui aveva anche usato la moglie Asma, donna colta nata e cresciuta in Inghilterra ma originaria di Homs. Solo un mese prima della rivolta era stata disegnata da «Vogue» come «la più fresca e magnetica delle First lady» ma che oggi, di fronte al massacro siriano, ha fatto sapere con un telegramma al «Times» di Londra di sostenere il marito dichiarando che «il presidente Bashar è il presidente della Siria, non di una parte dei siriani, e la first lady l’appoggia in questo ruolo». Una grande delusione per quei siriani che speravano in un progresso in materia di libertà in un paese in cui era molto difficile contraddire il regime: «In Siria – spiega la signora Mohammad – esistono 17 diversi apparati dei Servizi di sicurezza, e negli ultimi 40 anni il governo ci ha plagiati costringendoci a sospettare e dubitare sempre di tutto e di tutti. Il popolo siriano si è sollevato ora perché incoraggiato dai movimenti rivoluzionari nel resto del Medio Oriente, e la libertà, una volta assaggiata, non si dimentica».

La rivolta è cominciata 11 mesi fa a Dara’a, a sud di Damasco, dopo che un gruppo di bambini aveva scritto sui muri con i gessetti: «Il popolo vuole la caduta del regime», imitando quanto succedeva in Tunisia e in Egitto, un gesto probabilmente frutto dei discorsi che «i grandi» facevano a casa. L’epilogo è stata la cattura dei piccoli da parte della polizia fino a quando, dopo tre giorni, i capi tribù della città si sono presentati per supplicare la liberazione dei bambini. Di fronte al rifiuto delle autorità, sono sorte le prime proteste generali. Ma a provocare la vera scintilla della rivolta è stato quando i bimbi sono stati rilasciati con segni evidenti di tortura sui corpi (dalle percosse alle unghie strappate). Impresso nella mente dell’opinione pubblica rimane il corpo di Hamza al Khatibil, il ragazzino paffutello, ridato cadavere ai genitori dopo essere stato torturato ed evirato, come monito per tutti. In Siria sarebbero «almeno 400 i bambini uccisi dal marzo scorso, e oltre 400 sono quelli arrestati», riferisce la portavoce Unicef Marixie Mercado, e «sono soprattutto maschi», precisa la portavoce dell’Agenzia Onu, Rima Salah.

Lois Whitman, direttore di Human Rights Watch per i diritti dei bambini, ha diffuso un rapporto con prove dettagliate su 12 casi di detenzioni di minori in condizioni disumane. Il documento riporta il caso di un ragazzo di 13 anni proveniente da Latakia, città della costa, che è stato preso e torturato con sigarette accese sul collo e sulle mani, e con acqua bollente su tutto il corpo; mentre un ex detenuto adulto testimonia di aver assistito a stupri su bambini in prigione. Poche settimane fa a Homs, epicentro della rivolta, è stato mostrato il corpo straziato di Afef Saraqibi, una bambina di 4 mesi morta a causa delle torture subite sotto gli occhi dei genitori, mentre pochi giorni fa a Waar, un quartiere di Homs, è stato colpito l’ospedale pediatrico al Walid dove sarebbero morti, secondo al-Jazeera, 20 bambini tra cui 18 neonati prematuri deceduti nelle incubatrici per la mancanza di corrente dovuta ai bombardamenti.

Le donne siriane però non stanno a guardare inermi la morte dei loro figli e si muovono a diversi livelli: «Il movimento delle donne è molto attivo e ben organizzato – dice una ragazza di Damasco che vuole rimanere anonima – e nonostante la precarietà delle condizioni, le siriane fanno molto lavoro per la visibilità sui media, organizzano raccolte di fondi per le famiglie colpite, si radunano in incontri segreti, curano i feriti, e partecipano alle manifestazioni». Un punto di svolta nella loro mobilitazione è stato l’omicidio del reporter francese Gilles Jacquier, ucciso l’11 gennaio da un’esplosione a Homs, un evento che ha portato le donne, coperte dal velo e da occhiali da sole, giù per le strade, in una grande protesta silenziosa a Daria, vicino Damasco. Tra le donne che partecipano alle lotte non c’è distinzione religiosa: ci sono cristiane, sunnite, alawite, e poco tempo fa è apparso sul web un video in cui veniva ripreso un gruppo di 6 donne di Dera’a, città della provincia di Hauran sud-ovest della Siria, che armate di tutto punto dichiaravano la nascita di un nuovo corpo militare interamente femminile, il «Khawla Bint Al-Azwar», all’interno dell’Esercito libero della Siria.

Alcune di loro sono personaggi pubblici e donne di una certa caratura politica: come Bassma Kodmani, portavoce e numero due del Consiglio Nazionale Siriano (CNS) – principale coalizione di opposizione contro Bashar –, che pur essendosi trasferita a Parigi nel ’68 per problemi politici, ha continuato a sostenere il suo paese pubblicando libri in Francia e dirigendo un programma di cooperazione internazionale in Medio Oriente, e che oggi si presenta come la donna siriana più influente a livello politico. Un’altra leader che ha sfidato il regime è Souheir al Atassi, portavoce dell’Unione di coordinamento della rivoluzione, che ha ospitato nella sua casa più di 2000 incontri e che, dopo sette mesi di clandestinità e dopo diversi arresti, è fuggita in Francia; mentre Razan Zaithouni, avvocata che dirige la rete di coordinamenti locali per i diritti umani insignita del premio Sakharov e dell’Anna Politkovskaya nel 2011, è ricercata dalla polizia e ha il marito detenuto nelle carceri siriane.

A dare un volto femminile alla rivolta siriana ci sono anche donne di successo, come l’attrice May Skaf, arrestata durante una manifestazione e costretta, dopo il rilascio, a vivere in clandestinità; o l’attrice Fadwa Soliman, molto famosa in Siria, che dopo aver pronunciato il suo primo discorso pubblico durante una manifestazione di novembre contro il regime, è stata diseredata e allontanata dalla famiglia sostenitrice del presidente Assad, e ha dovuto tagliare i suoi lunghi capelli neri per camuffarsi e nascondersi. Molte rimangono in clandestinità, altre fuggono per paura, come la giornalista e scrittrice Samar Yazbek che, arrestata e interrogata dai servizi segreti siriani, ha raccontato al «Guardian» e a «Le Monde», l’inferno delle carceri siriane: «Non dimenticherò l’odore pungente del sangue e delle urine – ha raccontato la giornalista – le grida terribili di uomini torturati. Ragazzi di 20 anni seminudi, sospesi per i polsi ammanettati, i loro corpi chiari striati da sangue fresco, sangue secco, da profonde ferite, privi di conoscenza mentre ondeggiavano nella cella minuscola. Corpi senza volti».

A livello internazionale la preoccupazione che la situazione possa degenerare ancora è fortissima e pochi giorni fa Navi Pillay, capo dell’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha dichiarato senza mezzi termini che «La natura e l’ampiezza delle violenze commesse dalle forze di sicurezza siriane indicano come dei crimini contro l’umanità siano stati commessi dal marzo del 2011 a oggi», in una «campagna a largo raggio» condotta «con l’avallo o la complicità delle autorità siriane al più alto livello». Pillay ha quindi chiesto che si adottino misure «urgenti» per proteggere i civili siriani contro gli attacchi «sistematici» delle truppe di Assad, ricordando che «data la natura e l’estensione, queste violazioni potrebbero essere considerate un crimine contro l’umanità, punibile dal diritto internazionale», aggiungendo che «coloro che detengono il potere dovrebbero ricordarsi che non esiste limite temporale per denunciare i crimini internazionali gravi, e che saranno fatti gli sforzi necessari per rendere giustizia a tutte le vittime dei crimini sistematici che colpiscono la Siria in questo momento». Della stessa opinione anche Catherine Ashton dell’Unione europea che ha rilanciato l’appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per «agire responsabilmente in questo momento cruciale».

Ma il massacro giornaliero continua, e dopo la bocciatura della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu da parte di Russia e Cina, che non vogliono l’intervento di forze straniere per risolvere la situazione siriana, il Consiglio nazionale siriano (CNS), esorta la comunità internazionale ad «agire rapidamente». Un monito recepito da più parti soprattutto dopo il piano di soluzione uscito dal vertice della Lega Araba al Cairo che prevederebbe la sospensione di qualsiasi collaborazione diplomatica con la Siria e chiederebbe all’Onu di organizzare una forza internazionale di peacekeeping . Un’eventualità accolta sia dall’Ue sia, naturalmente, dalle Nazioni Unite e che ha visto aperture anche da parte di Russia e Cina che potrebbero accettare questa proposta. Tuttavia, «la Russia – ha detto il ministro degli esteri russo, Lavrov – è pronta a prendere in esame il piano della Lega Araba» a condizione di «un ampio dialogo inter-siriano e la collaborazione di tutte le parti, nell’interesse di tutti i siriani e senza interferenze dall’esterno»; mentre la Cina ha fatto sapere che apprezza «gli sforzi di mediazione politica della Lega Araba» insistendo però che le autorità di Damasco e l’opposizione siriana risolvano la crisi tramite il dialogo. A questo proposito sarà decisivo l’incontro internazionale di «Amici della Siria» che riunirà a Tunisi il 24 febbraio tutti i paesi interessati a porre fine alle violenze nella regione. Intanto l’Iran, da parte sua, ha già inviato 14’000 unità in sostegno dell’esercito di Bashar: lo spettro di una guerra più ampia si aggira pericolosamente in Medio Oriente.

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