Le donne del presidente (2012)

donne Obama

 

Azione – 19/nov/2012

Luisa Betti

Pink revolution Protagoniste indiscusse di questa campagna elettorale americana, le donne hanno giocato un ruolo importante nella riconferma di Obama. Prima fra tutte, la first lady Michelle, che ha il potere (vero) di fare la differenza

Avevano detto che una gravidanza è «un dono di Dio» anche se frutto di una violenza, avevano affermato che una donna vittima di stupro non può rimanere incinta, avevano trattato la giovane studentessa Sandra Fluke come una «prostituta» perché aveva sostenuto pubblicamente la campagna per la contraccezione di Obama: e alla fine sono stati sconfitti. Stiamo parlando della campagna elettorale che nell’ultimo anno ha visto fronteggiarsi il repubblicano Mitt Romney e il democratico Barak Obama, oggi riconfermato presidente degli Stati Uniti con le elezioni che si sono svolte lo scorso 6 novembre, e in cui il ruolo delle donne è stato fondamentale.

In particolare la netta sconfitta dei candidati repubblicani nella corsa per il Senato Richard Mourdock nell’Indiana e Todd Akin nel Missouri – due Stati vinti dal repubblicano Mitt Romney nella corsa presidenziale – hanno messo in luce come l’America non abbia gradito le affermazioni in cui Mourdock si era dichiarato contrario all’aborto anche dopo uno stupro perché la nascita di un bimbo è evento «voluto da Dio». Akin da parte sua sosteneva che se una donna viene veramente stuprata secerne un liquido che neutralizza gli spermatozoi da cui non può esserci nessuna gravidanza: affermazioni quanto più gravi perché fatte da William-Todd Akin il quale, come appreso dagli archivi pubblicati da «Post Dispatch», cambiò nome (col suo secondo nome), prima di entrare in politica per non lasciare traccia dei suoi 8 arresti avvenuti per violazione di domicilio e resistenza a pubblico ufficiale presso cliniche in cui le donne potevano interrompere gravidanze indesiderate.

Una w ar against women , quella del GOP, partita per porre un argine alla riforma sanitaria di Obama per poi sfociare in un’ondata devastante contro il corpo delle donne, e che ha dato la possibilità alla campagna democratica di mettere a fuoco diverse gaffe degli avversari proponendo ribattute che hanno funzionato come boomerang dolorosi verso tutti i repubblicani. Dopo un iniziale tentennamento, Obama ha preso le redini di questa guerra non solo difendendo i diritti delle americane ma anche rendendole protagoniste della sua campagna perché si è reso conto che se voleva vincere davvero, non poteva farne a meno. Durante la chiusura in Ohio, il presidente ha incontrato i suoi fan a Cleveland e ai piedi dell’Air Force One ha detto chiaro e tondo alle sue elettrici: «Voi non volete che un gruppo di politici a Washington, per la maggior parte uomini, prendano decisioni sulla salute delle donne. Le donne possono prendere da sole le proprie decisioni. È questo che io chiedo e che continuerò a fare come presidente degli Stati Uniti».

Ma Obama ha avuto il voto del 55% delle donne – di cui il 68% nubili – non solo perché ha difeso pubblicamente i loro diritti contro l’affronto del GOP, ma anche perché ha capito in tempo il ruolo delle americane nella società e quanto il loro rapporto con il potere si stia rapidamente trasformando. Ha capito che le donne non hanno solo il polso della situazione tra tasse, bollette, e spese domestiche, ma rappresentano il blocco demografico elettorale più ampio e consapevole.

Per capire come le cose siano cambiate basta leggere l’indagine del Pew Research Center in cui si dice che per il 66% delle americane, tra i 18 e i 34 anni, avere successo in una professione ben pagata è «una delle cose più importanti della vita», con una percentuale al femminile che per la prima volta supera quella maschile (59%, nella stessa fascia di età), e con un trend che ha avuto una crescita costante in questi ultimi 15 anni (si partiva dal 26% delle donne). Una realtà confermata dalla stessa Hillary Clinton che alla conferenza di Lima aveva detto chiaramente che «le donne sono il motore dell’economia mondiale e le restrizioni che colpiscono le donne ci stanno togliendo alti dati di crescita ed entrate in tutte le regioni del mondo».

La vera cartina di tornasole di questo cambiamento, che vede le donne pretendere il comando nella stanza dei bottoni, sono state le elette durante queste votazioni in Usa: sono loro che hanno trascinato le folle nei comizi, convinto le altre donne a votare per Obama e persuaso queste stesse a far votare democratico anche mariti, fidanzati, fratelli, zii, cugini, papà.

Ma vediamo chi sono queste donne. Tammy Baldwin, eletta nel Wisconsin, è la prima lesbica che diventa senatrice battendo l’ex governatore repubblicano Tommy Thompson con argomenti riguardanti più l’economia e l’occupazione che non l’orientamento sessuale (tanto più che il Wisconsin ha bandito le nozze gay sei anni fa). Elizabeth Warren, avvocata e prof. ad Harvard, che non solo è la prima donna eletta al Senato nel Massachusetts ma è la democratica che ha riconquistato il seggio di Ted Kennedy occupato dal repubblicano Scott Brown. Tammy Duckworth, eletta nell’Illinois, ex pilota di elicotteri che ha perso le gambe durante la guerra in Iraq nel 2004, e che entrerà al Senato camminando grazie a due protesi in titanio. Tulsi Gabbard, che sarà la prima indù al Congresso, e Mazie Hirono, prima donna dell’Aloha State, prima buddista, e primo caso di emigrata giapponese che entra nel Senato americano.

A loro si aggiungono, oltre a Claire McCaskill che ha sconfitto Akin, altre lady come Maria Cantwell (Washington), Dianne Feinstein (California), Kirsten Gillibrand (NY), Amy Klobuchar (Minnesota) e Debbie Stabenow (Michigan), nonché la cinquina rosa del New Hampshire che è diventato il primo Stato degli Usa rappresentato soltanto da donne con Maggie Hassan, eletta governatrice democratica, e Carol Shea-Porter e Ann McLane Kuster, democratiche elette alla Camera, mentre al Senato sono già in carica la repubblicana Kelly Ayotte, e la democratica Jeanne Shaheen.

Il risultato finale sarà che al 113.mo Congresso, tra democratiche e repubblicane, siederanno 20 senatrici, mentre tra i 435 membri della Camera dei rappresentanti ci saranno almeno 77 donne (l’attuale primato sono 73).

Tra le nuove Congresswomen ci saranno quindi donne che hanno esperienza militare di combattimento, Tulsi Gabbard e Tammy Duckworth, e due donne con età inferiore ai 40 anni, Gabbard e Grace Meng. E come afferma Susan J. Carroll, studiosa presso «Rutgers» (Center for American Women and Politics, University of New Jersey) molte di queste non sono donne qualsiasi ma democratiche convinte che svolgeranno «un ruolo enorme nel passaggio alla parità».

La lista Emily – organizzazione che recluta donne democratiche da eleggere al Congresso – ha fatto sapere che «queste elezioni hanno fatto emergere con chiarezza la scelta tra quelli che vogliono andare avanti e quelli che vorrebbero tornare indietro negando alle donne la parità di retribuzione e accesso ai servizi sanitari e controllo delle nascite». Una pink revolution che Patty Murray, arrivata al Senato nel ’92, riassume dicendo che quando lei è entrata non esisteva un bagno per le donne vicino alla camera del Senato, tanto che «hanno dovuto costruirne uno quando sei di noi sono arrivate nel ’93».

Ma il vero asso nella manica della campagna «in rosa» è stata Michelle Obama, la donna che davanti a una folla impazzita e in collegamento con milioni di spettatori, si è sentita rivolgere dal marito, appena rieletto presidente degli Stati Uniti, parole che danno un’idea della sua statura: «Michelle, non ti ho amata mai così tanto – ha detto Obama – e sono fiero di guardare il resto dell’America innamorarsi di te come first lady di questa Nazione». Lei, l’onnipresente e inossidabile lady, ha galvanizzato e scosso folle di uomini e donne nell’indicare non solo il marito come candidato – e anche uomo ideale – ma nel sostenere la continuità di un progetto politico non ancora terminato. Ha riciclato il vestito bordeaux sul palco del McCormick Center di Chicago, dando il messaggio che niente è scontato e che una vera donna non prepara l’abito da sera quando in ballo c’è il futuro di un Paese; ha parlato dritto al cuore alla Convenzione democratica di Charlotte appellandosi con un mum in chief , che ha indicato chiaramente a tutte le americane chi è che comanda in una casa; ed è regolarmente apparsa in tv a «The Tonight Show» con Jay Leno e a «The Ellen DeGeneres Show», prendendo anche parte nella serie «Iron Chef» con ingredienti del suo orto biologico alla Casa Bianca, perché sa che uno dei più grossi problemi negli Stati Uniti è proprio l’obesità, soprattutto dei bambini. Di lei, Hilary Estey McLoughlin – presidente della società che produce «The Ellen DeGeneres» – aveva detto: «Personalmente mi piacerebbe vederla alla Casa Bianca ma se Obama non fosse rieletto vorrei Michelle in uno show televisivo». Paragonata a Oprah Winfrey, la regina della tv americana, per la sua forza empatica e per la capacità di saper dire cose difficili in maniera semplice, Michelle ha il potere di fare la differenza per tutte le donne: sia per chi lavora che per chi non lavora, sia per le casalinghe che per le donne in carriera. Figlia di schiavi e identificata nel 2008 come una first lady troppo rude e troppo a sinistra, lei è riuscita a trasformare la sua immagine in qualcosa di più familiare senza compromettere la sua forza e la sua idea di un Paese che deve andare «avanti».

Oggi, dopo l’elezione di Obama, molti sostengono che gli Usa siano pronti per un presidente-donna e gira voce che la stessa Hillary Clinton lasci il suo incarico per preparasi alla corsa per le presidenziali del 2016. A lei potrebbe aggiungersi Condoleezza Rice, protagonista alla Convention repubblicana di Tampa, ma anche la neo eletta Elizabeth Warren. Ma la vera sorpresa sarà Michelle Obama: se non domani, sarà dopodomani.

Fino al ’92 non esisteva un bagno femminile vicino alla camera del Senato perché non c’erano donne. Oggi le congresswomen sono quasi un centianio

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