Il femminicidio in Italia: i danni di chi minimizza il fenomeno (2012)

Mae (Ministero affari esteri) – Comitato promozione e protezione diritti umani – Vis – IncTarga-Raptusontri seminariali all’interno del Convegno internazionale “Centralità della persona e tutela dei diritti umani nel mondo contemporaneo” – evento conclusivo del ciclo di studi “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” – relatrice su “Il femminicidio in Italia: i danni di chi minimizza il fenomeno”, panel Protection of Women (12/12/2012)  

Luisa Betti

“Negli ultimi dieci giorni in Italia sono state uccise dai loro partner tre donne mentre un’altra è stata gravemente ferita dal marito a Barletta. Le donne uccise sono: Lisa Puzzoli, 22 anni, ammazzata a Udine dall’ex convivente, Vincenzo Manduca, 27, di Forlì, denunciato tre volte dalla giovane per stalking e molestie; Giovanna De Lucia, 27, di San Felice a Cancello, nel casertano, accoltellata dal marito, Giovanni Venturano, 27 anni, andato da lei per fare pace; Luciana Morosi, 67 anni, strangolata dal marito, Enrico Sciaccaluga, a Genova,

Dall’inizio dell’anno sono già 120 le vittime di femmincidio in Italia, comprese le vittime collaterali (nonni, figli, genitori, fratelli, sorelle, conoscenti che si trovavano per caso al momento del delitto o perché uccisi per vendetta contro le vittime predestinate), e la maggior parte, circa il 70% di queste vittime (dati Onu), avevano già segnalato a servizi sociali e/o forze dell’ordine il pericolo che correvano e quindi erano “salvabili”.

Se si va a vedere il significato di femminicidio si legge che essa è, secondo Marcela Lagarde, “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Secondo il Rapporto sull’Italia della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, reso pubblico a giugno a Ginevra:  “Sono stati fatti sforzi da parte del Governo per affrontare il problema della violenza contro le donne, inclusa l’adozione di leggi e politiche e la creazione e fusione di enti governativi responsabili per la promozione e protezione dei diritti delle donne. Ma questi risultati non hanno ancora portato una diminuzione della percentuale di femminicidi o si sono tradotti in un reale miglioramento della vita di molte donne e bambine”, e che “Nonostante le sfide dell’attuale situazione politica ed economica, gli sforzi mirati e coordinati nell’affrontare la violenza contro le donne attraverso l’uso pratico e innovativo di risorse limitate, questa necessità rimane una priorità. I livelli alti di violenza domestica, che contribuiscono ai livelli in crescita di femminicidi, richiedono una attenzione seria”.

“Nel caso specifico dell’Italia – ha detto Rashida Manjoo – secondo le statistiche che ho ricevuto durante la mia visita nel paese, mentre il numero di omicidi di uomini su uomini è diminuito dall’inizio del 1990, il numero di donne uccise dagli uomini è aumentato. Un rapporto sul femmicidio basato sulle informazioni raccolte dai media indica che nel 2010, 127 donne sono state uccise dagli uomini. Nel 54% dei casi, il responsabile era un partner o ex-partner e solo nel 4% dei casi l’aggressore era uno sconosciuto (il 96% è conosciuto dalla vittima, ed è un familiare, un conoscente, un partner o un ex, ndr). Il 70% di tutti i casi di femmicidio ha riguardato donne italiane e nel 76% dei casi anche gli aggressori erano italiani, al contrario di quanto si crede comunemente, che tali crimini siano commessi da stranieri, un luogo comune generalmente rafforzato dai media”.

Secondo il Rapporto di Rashida Manjoo, circa l’85% della violenza nel nostro Paese si consuma in famiglia, una forma di violenza che viene spesso minimizzata sia dalle forze dell’ordine, sia nei tribunali, sia dalla stassa informazione che spesso tratta questi delitti come fossero storie di “amore malato” (senza contare che la maggiornaza dei femmincidi si consuma nelle relazioni intime di cui il 70% era stato segnalato, come già detto).

Mariella Zanier, mamma di Lisa Puzzoli – la ragazza uccisa dall’ex qualche giorno fa – ha detto chiaro e tondo: “Sapevamo che prima o poi sarebbe successo qualcosa di terribile a Lisa. Questa è una morte annunciata”, mentre il padre, ha confermato che “C’erano state denunce per maltrattamenti, poi la sentenza del tribunale, il mese scorso, per la bambina. Nonostante questo non è stato possibile prevenire l’uccisione di nostra figlia. A questo punto mi chiedo a cosa serva la legge se non tutela una ragazza dalla violenza, se non impedisce una tragedia come questa. Adesso io e mia moglie restiamo qui con una bambina di due anni da crescere”. L’uomo che ha ucciso Lisa era stato denunciato per stalking, minacce e lesioni, e si è presentato da lei con la scusa di discutere aspetti legati al mantenimento della figlia, ma con sé aveva un coltello di 20 centimetri con cui ha ucciso la donna, una premeditazione che Lisa non poteva sapere ma che poteva immaginare se qualcuno glielo avesse fatto notare: per esempio, le istituzioni a cui si era rivolta per essere tutelata. Il fattore di rischio è un dato rilevante per salvare queste vite, perché Lisa ha acconsentito di ascoltare il suo assassino, anche se malvolentieri, perché non era consapevole, fino in fondo, del pericolo che correva: ma questo è un classico nelle dinamiche di femminicidio in ambito di relazioni intime perché se lo Stato non interviene in maniera adeguata, e consapevole del rischio che la donna può correre, perché se ne deve rendere conto la donna che in fondo con quell’uomo ha convissuto e che magari un tempo era anche diverso? Per questo la prevenzione, più che la punizione a posteriori, gioca un ruolo fondamentale: in particolare per la violenza nelle relazioni intime in cui si ravvisano reati come maltrattamenti, ingiurie, atti persecutori, violenza fisica ed economica ma anche sequestro di persona e tortura, con effetti devastanti nei confronti dei minori quando presenti.

Solo alla Procura di Roma sono stati avviati circa 6.000 procedimenti in un anno riguardanti le varie forme di violenza contro le donne, e se la crisi italiana è un altro degli ostacoli al contrasto al fenomeno, sia per il finanziamento “a singhiozzo” dei centri antiviolenza, sia per politiche dirette e immediate in tutti i settori destinati, o da destinare, il problema riguardo la punizione di questi reati, non è l’inasprimento della pena ma la sua giusta esecuzione attraverso le normative già presenti, in quanto si vede come spesso, nei tribunali, la minimizzazione di certi comportamenti lesivi e quindi la poca applicazioni delle norme vigenti. Di fronte a una violenza non può essere accettato che ci sia, nella fase preliminare, la massima garanzia dell’imputato mentre non sia prevista la massima assistenza e protezione della vittima, che molte volte – soprattutto quando il procedimento si apre con un pregresso di anni di maltrattamenti in famiglia – non ha piena consapevolezza della sua condizione, tanto da riferire erroniamente a se stessa parte della responsabilità di ciò che è accaduto. Ancora oggi succede che nei tribunali civili e penali di tutt’Italia, e per un pregiudizio radicato, le donne non siano credute e quindi non vengano protette a sufficienza, un fattore che porta molte di loro a non denunciare (oltre al fatto che spesso si è in presenza di una dipendenza economica o si ha la paura che il partner possa portare via i figli minori, se presenti).

La violenza contro le donne non deve essere quindi mai minimizzata, e l’approccio investigativo, di tutela, e di prevenzione deve prevedere una formazione specialistica che abbia un quadro intero ed esaustivo sul fenomeno stesso, ed è inaccettabile, per esempio, che ancora oggi procedimenti riguardanti questi reati possano essere discussi davanti al giudice di pace, come spesso succede. Su questo diventa centrale il bisogno della formazione specialistica a tutti i livelli: dai giudici, agli avvocati, forze dell’ordine, psicologi (sia in ambito strettamente sanitario che nelle consulenze al’interno dei tribunali), ma anche di chi opera nell’informazione e chi lavora nei centri antiviolenza.

Per fermare il femminicidio in Italia la Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio (redatta dalle associazioni che lavorano in tutta Italia contro la violenza di genere), ha lanciato a ottobre un appello che può riassumersi con il grido ”No More femminicidio!” con un documento a cui hanno aderito migliaia di persone e associazioni che hanno promosso inziative in tutta Italia, e che ha avuto il pluso anche del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. In quel documento si chiede alle istituzioni e al governo – che a oggi non ha ancora risposto – di verificare fin da subito l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato dal governo nel 2011, con l’immediata revisione del Piano stesso. Si chiede inoltre, tra le altre cose, la ratifica immediata della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica (Istanbul 2011), che siano ottemperate le raccomandazioni conclusive rivolte all’Italia dal Comitato CEDAW del 2011 e dalla Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne del 2012; sia costruito e rafforzato il sistema di servizi pubblici e convenzionati sul territorio a partire dai centri antiviolenza; sia garantita la formazione di tutti i soggetti che lavorano, nei vari settori, con le vittime di violenza e i minori in un’ottica di genere, compresi anche i giornalisti che si occupano del fenomeno; che sia vietato, in caso di separazione e affido dei minori, nei casi di violenza domestica e  assistita o subita dai figli chiediamo, l’affido condiviso e  che venga applicato come prassi l’affido esclusivo al genitore non violento; che sia vietato l’utilizzo della sindrome di alienazione parentale (PAS) in ambito processuale ed extraprocessuale; vi siano interventi tempestivi a difesa dell’incolumità delle donne che denunciano violenze in conformità agli obblighi derivanti allo Stato dagli accordi internazionali ed in attuazione dei principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani in materia di violenza sulle donne; e che sia stabilita una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale, da parte dei diversi servizi coinvolti con la loro rielaborazione e la pubblicazione da parte dell’ISTAT.

Sui dati, che sono fondamentali per affrontare il problema, in Italia bisogna anche dire che non c’è un osservatorio nazionale ufficiale sui femminicidi come in Francia e in Spagna, in quanto il ministero non è in grado di elaborare dati in maniera differenziata, e nell’attesa che escano fuori i dati sulla violenza che la ministra Fornero ha promesso con una nuova indagine Istat, le vittime di femmincidio vengono contate dalle associazioni attraverso i casi riportati dalla stampa.

Sulla percezione della gravità della violenza nelle relazioni intime e la sua contiguità con il femmincidio, un ruolo chiave ce l’ha anche l’informazione che troppo spesso veicola contenuti tesi a riproporre stereotipi altamente lesivi per le donne che non contemplano il fenomeno nella sua interezza usando anche a volte un linguaggio offensivo nei confronti delle vittime. Bisogna riconoscere che rispetto all’anno scorso, quest’anno il 25 novembre è stato diverso: per la Giornata mondiale contro al violenza si sono moltiplicate le inziative in tutta Italia, anche grazie alla Convenzione No More!, con un’attenzione dei mass media che è stata altissima sul femmincidio. Una cosa molto positiva, che rende l’idea di come l’informazione possa essere centrale nel contrastare la violenza contro le donne, attraverso un’informazione corretta che non racconti la storiella della “donna che se l’è cercata” ma che dia giusto peso al fenomeno del femmincidio con dovuta documentazione e con un approccio diverso al genere. Un’informazione che può contribuire fortemente al cambiamento di una cultura ampiamente assecondata anche dalle istituzioni, e fertile terreno sul quale la violenza sulle donne prolifera. E questo a partire dall’uso della parola femminicidio che deve essere però riempita di contenuti e non usata come un semplice slogan sia dai politici che dai media: una rivoluzione culturale che passa anche attraverso un’informazione che smetta di ricalcare stereotipi secondo i quali la donna sarebbe, anche lei, complice del suo stupro – provocatrice o preda – e dove il marito o il fidanzato geloso uccide la donna in un raptus perché fuori di sé, macchiandosi così di un reato meno grave che richiama culturalmente al delitto d’onore. E invece di denunciare, si considera tutto questo normale, soprattutto se i reati vengono consumati in famiglia per cui una donna che si rivolge alla caserma più vicina può essere ancora oggi liquidata con un vada a casa e faccia pace, o se una ragazza perseguitata da un ex fidanzato stalker si rivolge ai carabinieri, come è successo alla sorella di Carmela uccisa a Palermo due mesi fa, può capitare che si senta dire di cambiare numero di cellulare. In realtà chi fa giornalismo ricalcando questi stereotipi, non solo non dà la dimensione della gravità di quello che succede manipolando gravemente la realtà, ma indirettamente giustifica e sostiene quelle pericolose attenuanti culturali che permettono agli offender anche di usufruire di alleggerimenti di pena, senza che questo scandalizzi o indigni nessuno nell’opinione pubblica. Un esempio è la sentenza del Tribunale di Belluno dell’anno scorso in cui un uomo, che ha stuprato una donna minacciandola con l’accetta, ha usufrutito di attenuanti in quanto la donna doveva sapere a cosa andava incontro perché conosceva il debole che l’uomo nutriva nei suoi confronti – come è scritto nella sentenza che lo ha condannato a 2 anni invece di 8 come chiesto dal pm. Un fatto che nessun giornale, tranne il mio blog Antiviolenza sul Manifesto, ha ripreso criticandone i presupposti appunto culturali.

Quando si tratta di un femminicidio, che magari avviene dopo una lunga serie di maltrattamenti gravi in famiglia, o di uno stupro da parte di italiani, nei giornali la grafica segue, più o meno, uno schema: il titolo riporta spesso un’attenunate psichiatrica dell’autore, e se questo autore è italiano, la notizia verrà messa in secondo piano, se invece si tratta di un immigrato la notizia viene sbattuta in prima pagina. Per gli omicidi di genere, che al 96% in Italia vengono commmessi da conoscenti maschi, si parla di raptus o infermità mentale, gelosia o delitto passionale, oppure di stress dovuto al lavoro o alla perdita del lavoro, e si traccia un profilo della vittima che possa giustificare l’atto che in realtà è semplicemente un omicidio di genere. Di solito il background culturale nell’illustrazione dei fatti, si richiama agli stereotipi femminili della donna “preda” che istiga l’istinto animale dell’uomo: quindi se la vittima, dell’omicidio o dello stupro, è di bell’aspetto ci sarà la sua foto, ma se la vittima è un’anziana o una donna non particolarmente avvenente, ci sarà l’immagine del luogo del delitto o la foto di polizia o carabinieri, che rimette ordine come se fosse un semplice fatto di cronaca isolato e non un fenomeno sociale grave. Se poi la vittima, dell’omicidio o dello stupro, è una minorenne di bell’aspetto, saranno pubblicate foto preferibilmente ammiccanti con didascalie penose come nel caso di Sarah Scazzi “la bella biondina pugliese”. In molti di questi casi si cercherà di indugiare su aspetti morbosi e perversi per interessare il lettore senza dare un quadro d’insieme ma facendo appunto leva su stereotipi culturali. È importante capire come nei casi di violenza sulle donne, dove la discriminazione è eclatante, l’informazione debba iniziare usando un linguaggio adeguato e immagini che non possono ricalcare l’immaginario maschile della donna “preda” o “istigatrice di bassi istinti”, trasformando così la vittima in offender complice della sua stessa morte o dello stupro, perché si giustifica apertamente la non gravità del reato commesso e si sostiene la miopia delle istituzioni riguardo la violenza, lo stupro, il femmicidio, attraverso un linguaggio altrettanto violento.

La scelta delle parole e delle immagini è materia viva nell’interpretazione della realtà, e quando la stampa riporta fatti che riguardano la discriminazione di genere come eventi eccezionali, di natura privata e sufficienti a sé stessi attraverso un linguaggio distorto e un immaginario stereotipato, applica una doppia violenza, in una cultura che ci sottopone, sempre più spesso, a offese e umiliazioni, anche pubbliche, attraverso apprezzamenti di carattere fisico e a sfondo sessuale, deprezzamenti a livello culturale e sociale. Esercitare violenza attraverso il linguaggio, dunque, non significa solo insultare, offendere, ferire ma esercitare una violenza invisibile sui processi di identità della persona che in questo caso si estende al genere e che forzano e manipolano la realtà”.

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