Donne senza pace (2010)

IL MANIFESTO – 08.12.2010

LUISA BETTI

A dieci anni dalla Risoluzione 1325 delle Nazioni unite, che fine hanno fatto “Donne, pace e sicurezza”? Votata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza, solo pochissimi paesi hanno cercato di metterla in atto. E l’Italia?
Qualche anno fa, mentre ero a Damasco, migliaia di profughi iracheni scappavano dalla guerra che imperversava nel loro paese, l’Iraq, cercando asilo in uno dei pochi posti, la Siria, che, insieme alla Giordania, accettava ancora di accoglierli. Una fuga disperata che coinvolgeva operatori e operatrici internazionali sul territorio i quali, tra mille difficoltà, cercavano di gestire quello che era un vero e proprio esodo. L’allora responsabile dell’Unhcr in Siria, Laurens Jolles, oggi delegato dell’Unhcr per il sud Europa, era alle prese con questa fatica: “Insicurezza generale, impossibilità di mantenere un ordine, gente che ha subito personalmente violenze e vari abusi. Qui arrivano donne dall’Iraq – spiegava – che hanno subito violenza sessuale, ma non è facile sostenerle e recuperarle, perché non tutte vengono e dicono di aver subito violenza. La vera difficoltà è individuare questi casi, noi lavoriamo attraverso centri organizzati collaborando in maniera funzionale insieme alle Ong e all’Unicef. Ma non possiamo andarle a cercare”.
Una parte delle donne che fuggivano e approdavano in Siria dall’Iraq era invisibile. Alcune operatrici che lavoravano sul territorio, mi spiegavano che per queste donne non era semplice esporsi e dichiarare la propria presenza e ancor meno denunciare una violenza e che quindi, anche se molte avevano subito abusi, era davvero arduo monitorarle, e che l’unica cosa da fare per rendere più accessibile il servizio era avere “personale specializzato e interventi mirati di tipo legale, medico e psicologico con un approccio specifico di genere”. A terminare l’enorme dipinto sconnesso di vite messe a soqquadro, era il proliferare di night club in alcuni quartieri damasceni, con un aumento spaventoso di ragazzine avviate alla prostituzione, un vademecum necessario per mantenere tutta la famiglia, tanto che lo stesso New York Times di quei giorni raccontava di “migliaia di giovani donne irachene giunte in Siria come profughe, e costrette a prostituirsi per sopravvivere”.
Era il 2007 e la Risoluzione 1325 era già stata approvata da qualche anno. Ma cos’è la 1325? Una data, una password, un numero da giocare a lotto. Non tutti sanno che il 31 ottobre del 2000, nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, il Consiglio di Sicurezza votò all’unanimità una Risoluzione, la 1325 appunto, che nelle tre parole “Donne, pace e sicurezza”, esprimeva tutto un mondo.
Era la prima volta che la massima autorità a livello internazionale esprimeva e riconosceva la specificità del ruolo e dell’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace. La risoluzione, che quest’anno compie 10 anni, chiedeva di adottare una prospettiva di genere, ovvero di provvedere a una risposta dei bisogni specifici delle donne prima, durante e dopo il conflitto, ma anche di appoggiare le iniziative di pace delle donne locali e provvedere a una partecipazione diretta di quest’ultime alle trattative di pace. “In sostanza è una delle poche risoluzioni non tematiche ma trasversali – dice Luisa Del Turco, consulente esperta in cooperazione internazionale e politiche di genere – che comprende la specificità del ruolo e l’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace, infatti quello che si chiede è sia protezione delle donne, che nei conflitti sono il campo di battaglia per eccellenza, ma anche la loro partecipazione attiva nelle missioni internazionali e ai negoziati di pace. La verità è che la 1325 è speciale, un vero spartiacque, un momento storico”.
Secondo i dati diffusi dal rapporto italiano sulla 1325, curato da Actionaid e Pangea, il 90% delle vittime in guerra sono civili, e l’80% sono donne e bambini, quindi non ci vuole una laurea in matematica per capire quanto l’impatto di una guerra sia diverso per gli uomini e per le donne, e le cifre sugli stupri subiti nel corso dei conflitti negli ultimi 20 anni parlano chiaro: 20.000-50.000 in Bosnia, 250.000-500.000 in Ruanda, 50.000-64.000 in Sierra Leone, e una media di 40 donne stuprate ogni giorno nella Repubblica Democratica del Congo. “In Ruanda – raccontava un’operatrice canadese dell’Unicef – sembrava un inferno, non riuscivamo a fermare le violenze sessuali: ogni notte c’erano stupri all’interno del campo profughi e noi non riuscivamo a mettere fine a questo disastro. La causa principale era lo stress della guerra, questi uomini non riuscivano a fermarsi, un vero incubo”. E le vittime erano sempre loro, donne che subivano violenza prima, durante e dopo il conflitto.
Le donne però non sono sempre e soltanto vittime, perché anche dopo aver subito violenze sessuali, abusi fisici e psicologici, sono capaci si rialzarsi, prendere in mano il proprio destino e quello degli altri, per cambiarlo radicalmente. “Il ruolo delle donne in Afghanistan – dice Simona Lanzoni, Project manager di Pangea – sono un esempio di partecipazione diretta ai processi di pace. Sono loro che si sono organizzate e hanno assistito e contribuito a tutte le conferenze internazionali, hanno preso la parola, si sono alzate e hanno lottato per il proprio paese. Queste donne esistono e vanno supportate. L’Afghanistan non è solo burka”.
I paesi che hanno aderito alla 1325 sono tanti e tra questi c’è anche l’Italia, ma quelli che hanno effettivamente concretizzato le buone intenzioni in un Piano Nazionale d’Azione sono una ventina nel mondo tra cui Danimarca, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Svizzera, Austria, Olanda, Islanda, Spagna, Finlandia, e naturalmente il Canada, uno degli stati che componevano il Consiglio di Sicurezza
delle NU quando la risoluzione è stata adottata, e che ha contribuito a
creare una coalizione di paesi “amici della Ris. 1325” che
 discutono delle priorità riguardanti l’applicazione della risoluzione
 promuovendola a livello locale, regionale e
internazionale, con un comitato che 
riunisce rappresentanti del parlamento, della società civile e del
 governo.
 In più Canada e Inghilterra hanno creato un corso di formazione, il Gender
 Training Initiative, destinato al personale
 civile e militare per mostrare come svolgere le operazioni di sostegno 
alla pace in una prospettiva di genere.
Nella realtà molte persone ignorano l’esistenza della 1325 anche nelle
 NU, nei governi, nella società civile, eppure già nel
 novembre 2002 l’Unifem aveva pubblicato una valutazione, con 
esperti indipendenti, sul ruolo delle donne nella costruzione della pace, sostenendo che per migliorare le cose in tempo di guerra
 le NU e gli stati membri dovevano impegnarsi a includere 
le donne in tutti gli aspetti delle operazioni di pace e riconciliazione.
In Italia si è fatto ancora troppo poco: e se si ha qualche riscontro, anche se con uno sforzo che sembra dover essere sempre triplo rispetto agli altri paesi europei, è solo grazie all’impegno di alcune donne tra cui l’on. Rosa Calipari (Pd, Commissione Difesa), che nel 2009 ha presentato e fatto votare una mozione per l’adozione di un Piano nazionale d’Azione italiano sulla 1325.
Una settimana fa a Montecitorio, per iniziativa di Rosa Calipari e con la partecipazione di ActionAid e Pangea, è stato presentato il rapporto sulla 1325, alla presenza del presidente della Camera Gianfranco Fini (che coerentemente è rimasto fino alla fine) e con la partecipazione del generale delle forze armate Vincenzo Camporini, ma una cosa era chiara fin dall’inizio: le istituzioni italiane, pur avendo sottoscritto la risoluzione 10 anni fa, non hanno poi fatto nulla se non sulla carta, con l’impegno di una commissione interministeriale che starebbe lavorando dal 1 luglio 2009 sotto l’egida del ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna. Nella stanza del Mappamondo a Montecitorio la sensazione di squilibrio era netta: da una parte l’alta professionalità dei resoconti di Luisa Del Turco e delle esperienze delle operatrici sul campo, dall’altra le risposte di circostanza e sempre identiche da parte delle istituzioni, che hanno raggiunto l’apice nella sentenza del generale Camporini quando ha esordito con: “Il nostro esercito potrebbe partecipare ai processi di pace con squadre speciali formate da  donne nei paesi in conflitto” – finalmente delle parole sagge? – “ma non lo facciamo – ha poi subito aggiunto – perché ci sembrerebbe discriminante”. Che sconforto.
Torna in mente l’inchiesta di Barbie Nadeau, apparsa un po’ di tempo fa su Newsweek, in cui si sosteneva che l’Italia ha forse un problema con le donne. Citando il rapporto Global gender gap report, ovvero il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre sul World Economic Forum, la giornalista faceva notare come il nostro paese sia all’87° posto per l’occupazione femminile, al 121° per parità salariale, 97° per incarichi al vertice, e complessivamente al 74° posto nella classifica mondiale dopo Colombia, Perù e Vietnam. Per non parlare della presenza femminile nelle aule di Camera (18%) e Senato (13%). E allora come facciamo a far pesare il nostro ruolo e la nostra decisionalità nelle missioni internazionali, se il nostro stesso paese non ci rappresenta e se in nostro ruolo nella società italiana è ancora così marginale? Del resto la stessa 1325 recita testualmente: “Le donne
 devono essere meglio rappresentate in tutte le istituzioni nazionali,
 regionali e internazionali e nei meccanismi di prevenzione, di
 regolamento e di risoluzione dei conflitti a tutti i livelli di
 decisione”. Ma qui, in Italia, quali sono le donne che ricoprono un ruolo istituzionale in grado di battersi per i nostri diritti e quindi anche per l’applicazione della 1325? Viene da contarle sulle dita di una mano.   La Svezia, grazie anche a quel suo 46,5% di rappresentanza femminile in Parlamento, nelle missioni di pace ha più donne che uomini.

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