«Dio mio, fammi presidente» (2012)

messico

Azione – 25/giu/2012 –

Luisa Betti

Josefina Vázquez Mota. La novità è una candidata appoggiata dalla destra messicana

Il suo slogan è «Josefina, differente» e secondo i sondaggi sarebbe ferma al 23,5%, con ben 15 punti di svantaggio rispetto al candidato del PRI (Partito rivoluzionario istituzionale), Enrique Peña Neto, ma avanti al suo secondo avversario, Andrés Manuel Lopez Obrador del PRD (Partito della Rivoluzione Democratica). La vera novità non è solo che Mota è una donna, ma che a sostenerla in questa sfida sia la destra messicana: il Partito d’Azione Nazionale (PAN), attualmente alla guida del Paese. E se per molti quella di candidare Mota è una mossa strategica per accaparrarsi i voti delle donne, per la candidata non è così. Determinata, aggressiva, risolutiva, Josefina Vázquez Mota, 51 anni, economista, ha lavorato come consulente finanziaria e come giornalista, ed è entrata nel PAN guidato da Vicente Fox nel 2000, dopo essere diventata celebre con il libro Dio mio, fammi vedova ti prego , in cui esortava le donne «a non avere timore di sviluppare il proprio potenziale».

Due volte ministra, all’Istruzione e allo Sviluppo sociale, Vázquez Mota ha vinto le primarie interne scavalcando lo stesso favorito dell’attuale presidente Felipe Calderon, ed è stata indicata dagli stessi attivisti del suo partito che l’hanno voluta come loro rappresentante in questa corsa elettorale. Quarta di sette fratelli, Mota è una cattolica che ha studiato in scuole prestigiose e ha sposato il «primo amore» dal quale ha avuto tre figlie. Contraria all’aborto, è diventata l’icona di uno strano mix al femminile che pur non ripudiando i valori tradizionali della famiglia, rimanda a un modello di donna caparbia, capace di scalare il potere anche in un contesto fortemente maschilista. Il suo essere donna lei lo ha sbandierato in tutta la campagna elettorale durante la quale ha dovuto combattere contro pregiudizi e stereotipi maschilisti: «In Messico c’è una cultura di violenza contro le donne – ha detto Mota durante un’intervista – che si riflette persino nelle domande che mi fanno i giornalisti che mi hanno anche chiesto: Come farà a gestire l’esercito nel caso avesse dei dolori mestruali?».

Portando il punto di vista di una donna sulla vita pubblica, ha risposto alle armi della seduzione sfoderate da Peña durante la campagna elettorale, invitando le sue elettrici – in un comizio a Mazatlan – «a lasciare senza cuchi-cuchi» (fare sesso) per un mese gli uomini che non andranno alle urne, e a concedere un mese di doppio «cuchicuchi» a chi invece andrà a votare. Durante un dibattito televisivo, ha fatto a pezzi i suoi avversari – che si sono ben guardati dal mettersi l’uno contro l’altro con una tattica di complicità tutta maschile – dicendo apertamente a Peña che «il Messico non ha bisogno di un leader che si nasconde nel bagno davanti ai problemi», facendo riferimento alla fuga del candidato dall’Universidad Iberoamericana di Città del Messico, dove gli studenti lo hanno accolto al grido «Fuera Peña», costringendolo a scappare.

Se Vázquez Mota dovesse diventare presidente del Messico, la popolazione governata da donne in America Latina salirebbe dal 40 al 60%. Con Cristina Kirchner in Argentina, Dilma Rousseff in Brasile, Laura Chinchilla Miranda in Costa Rica, e dopo Michelle Bachelet in Cile, Violeta Chamorro in Nicaragua e Mireya Moscoso a Panama, quello che si è venuto a creare in America Latina è stato quasi un effetto domino in cui sembra definirsi una chiara percezione di come «le donne possono essere più efficaci nella gestione della proprietà e l’interesse pubblico». Come ha detto a «El Pais» Sonia Montaño – direttrice della Commissione economica delle donne e lo sviluppo per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) – «non si tratta di essere migliore o peggiore rispetto agli uomini», perché «quello che succede è che le donne che non hanno in precedenza avuto molte possibilità di essere al potere politico, oggi, dopo un discreto successo come il governo di Michelle Bachelet in Cile e in Argentina Cristina Fernández, rivendicano di essere buone manager». Eppure la presenza delle presidenti in America Latina non sempre si è tradotta in una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni, in quanto, continua Sonia Montaño: «La rappresentanza delle donne in parlamento è ancora bassa, e per aumentarla davvero, è essenziale il loro aumento nella forza lavoro».

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