Come si affronta la violenza di genere (2011)

IL MANIFESTO – FUORIPAGINA 25/11/2010

Luisa Betti 

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p>“Io feci per respingerlo e lui mi diede una testata in faccia, un colpo, sentii il sangue bollente che mi scorreva dal naso e dalla bocca, mi mancava il respiro, mi sentivo soffocare, mi venne da svenire. Ho avuto paura, una paura terribile, mi sono sentita male, ho pensato di morire. Lui mi ha lasciata per terra pur vedendo il sangue scorrere, mi sono alzata barcollando e mi sono lanciata fuori la porta di casa andando a bussare alle porte dei miei vicini chiedendo aiuto. Mi ricordo confusamente che di tanto in tanto mi mancavano le forze, mi si annebbiava la vista e mi accasciavo a terra, poi mi riprendevo e mi alzavo. Sentivo mio marito che diceva: ‘è pazza! è pazza!’”. Ogni giorno le donne che arrivano al Pronto soccorso dell’ospedale San Paolo di Napoli raccontano storie così: qui l’Associazione salute donna in rete con l’Arcidonna, il Centro anti-violenza, la U.O. di Psicologia clinica dell’ASL Napoli 1, la Direzione del Presidio Ospedaliero San Paolo, hanno attivato da due anni uno sportello che si preoccupa di accogliere, ascoltare e sostenere le donne che hanno subito violenza.

Un’esperienza che Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) ed è docente della Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Federico II di Napoli, ha trasformato in un libro diviso in due volumi – perché troppo grande – dal titolo “Maltrattamento e violenza sulle donne ” (Franco Angeli, 2011) che in questi giorni viene presentato in diverse città italiane e che mercoledì 8 giugno, alle 10, verrà illustrato al Tribunale di Napoli all’interno del convegno “I mille volti della violenza e del maltrattamento: gli interventi possibili” in un ambito di proficua collaborazione tra psicologi e avvocati. “Anche se lavoro da trent’anni su questi temi – dice Elvira Reale – quando è cominciata l’attività dello sportello dell’Ospedale San Paolo ho sentito subito la necessità di diffondere questa esperienza e ho capito che lo strumento migliore era una specie di manuale che cristallizzasse le prove e i dati di un lavoro che potrà essere utile per chi si occupa di maltrattamento e violenza sessuale, anche se in realtà è un libro che tutte le donne dovrebbero leggere”.

Scorrendo le pagine si apprende che “il profilo delle donne maltrattate è un profilo normale, corrispondente a quello della popolazione generale” e che “le donne sono vittime di più tipi di violenza combinati: economica, fisica, sessuale e psicologica”, ma soprattutto che “la violenza contro le donne è un problema di salute pubblica” ed è “universalmente diffusa in tutte le culture dominanti attuali, in cui esercita un impatto profondo, anche se ancora poco valutato e quantificato, in ogni settore dell’organizzazione civile”. A sostegno di ciò l’autrice fa puntuale riferimento all’ampia letteratura internazionale di genere in quanto “ l’operatore sanitario – spiega – deve conoscere i riferimenti giuridici e culturali, come le Dichiarazioni e le diverse Convenzioni sui Diritti Umani per le donne, per capire che il problema non è individuale e per rendersi conto che se non ne prende atto fa un cattivo servizio”. Gli psicologi che affrontano questi casi, dovranno quindi saper fare le domande adeguate e un referto dovrà prendere in considerazione il possibile sviluppo di lesività dell’offender nei riguardi delle vittime che, oltre alle donne, sono spesso anche i bambini. “Un referto – continua Reale – deve essere effettuato a tutto campo e deve essere utilizzabile a fronte dei pericoli anche in sede legale, in quanto la donna che fugge da un marito violento può anche essere accusata di abbandono del tetto coniugale e sequestro di minori. Quel che è emerso da questo osservatorio è l’importanza dell’accordo tra attività psicologica e legale perché protegge donne e minori in situazioni che a volte vengono sottovalutate dalle istituzioni stesse, non tanto nei tribunali penali, in cui si indaga su un presunto colpevole, quanto in quelli civili dove, soprattutto nelle separazioni coniugali, i due sono considerati comunque equidistanti”.

A questo proposito va sottolineata l’importanza che ha per queste donne il fatto di essere ascoltate senza essere colpevolizzate “qualsiasi siano le condizioni in cui si sia verificato l’abuso”, soprattutto se si tratta di vittime di violenza domestica che non è un reato di serie B, ma che anzi necessita di una maggiore attenzione perché le donne che subiscono violenza dentro le mura di casa “spesso nei procedimenti giudiziari non sono capite e spesso sono fraintese, divenendo vittime collusive oppure trasformandosi da vittime in offender (le donne mentono, sono suggestionabili, sono fragili, isteriche, ecc.) e spesso le loro accuse sono valutate erroneamente come mosse da motivi di rancore verso il partner”.  A rendere più difficile il percorso, psicologico e legale, è poi la sindrome della vittima che porta le donne stesse a ridurre o addirittura rimuovere la violenza subita, mettendo in pericolo se stesse ed eventuali minori presenti. Nel libro si cita il caso esemplare di una moglie che dopo aver subito un danno irreversibile (asportazione della milza) e dopo che il partner era stato arrestato – e non solo allontanato come richiesto – cercò di ritirare la denuncia nei riguardi del marito. Per questo, spiega Elvira Reale: “La valutazione che fa lo psicologo è importante, perché attraverso la sindrome della vittima, una donna, dopo essere stata traumatizzata per anni, può negare, minimizzare, rimuovere il pericolo con cui è stata costretta a convivere, e uno psicologo che non è preparato e che non ha esperienze in questo campo, può non capire la rimozione e fare danni, soprattutto se ha avuto un incarico come Ctu (Consulente tecnico d’ufficio) da un giudice”.

Ma non è finita qui, perché sulla violenza domestica pesa il danno della violenza assistita da parte dei bambini, più volte sottolineata anche nel contesto europeo.  I piccoli vanno ascoltati e protetti in quanto “la violenza del partner mette concretamente a rischio la salute dei minori” e perché spesso in presenza di gravi conflittualità che sfociano in abusi, l’iter è quello della separazione dei coniugi dove una mentalità, diventata prassi, che considera il minore estraneo e al di fuori delle violenze subite dalla madre può creare conseguenze disastrose sul minore stesso: da disagi psicologici fino a blocchi della crescita. Su questo Elvira Reale, che come psicologa ha alle spalle una solida esperienza sul campo e che in Italia è stata la prima ad affrontare la salute delle donne, dà specifici orientamenti per gli addetti ai lavori: giudici, avvocati, psicologi e assistenti sociali, dovranno affrontare un cambiamento culturale profondo che preveda “una presa di coscienza forte di questa realtà che deve avere come conseguenze, dal minimo al massimo: l’affidamento esclusivo dei minori alla madre vittima, le visite protette, la sospensione della potestà genitoriale paterna in attesa di valutare i cambiamenti dopo un percorso di riabilitazione adeguato e mirato sull’assunzione di comportamenti di coppia non violenti”.

La situazione oggi nei tribunali civili si è anche aggravata grazie alla legge sull’affido condiviso, forse inadeguata per un Paese come l’Italia, passata nel 2006 durante il governo Berlusconi, e redatta dal famigerato avvocato Maurizio Paniz – deputato del Popolo delle Libertà noto per la legge sul legittimo impedimento per il quale si vota nel referendum di domenica prossima – per cui se la violenza latente di un partner non viene valutata in maniera adeguata ma come semplice conflittualità tra coniugi, a farne le spese saranno non solo le donne ma anche i bambini. “Mi ricordo un caso estremo ma molto indicativo di una giovane donna – conclude l’autrice – che aveva lasciato il fidanzato dopo anni. Una dinamica esemplare: lui le chiede un ultimo appuntamento, lei ci va, lui la stupra in macchina e la mette incinta. Lei non interrompe la gravidanza e si rivolge a lui, ma viene assalita e picchiata. A quel punto la ragazza non vuole che sia riconosciuta la paternità dell’uomo mentre lui è deciso a riconoscere il bambino. Lei fa ricorso e alla fine il Tribunale dei minori le dà ragione e nega la patria potestà all’uomo. Certo, questo è un caso estremo ma chiarisce che la paternità biologica non è sufficiente e che se ci si muove nella direzione di una reale tutela del bambino bisogna tenerne conto”.

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