Chi di parola ferisce. La violenza del linguaggio (2011)

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GiULiA – 20 dicembre 2011

Luisa Betti

Il ruolo fondamentale dell’informazione nella formazione dell’opinione pubblica, dell’immaginario collettivo e nel sostegno degli stereotipi comuni. 

Nella formazione dell’opinione pubblica, dell’immaginario collettivo e nel sostegno degli stereotipi comuni, l’informazione tramite stampa, tv e web ha un ruolo fondamentale e come giornaliste abbiamo il dovere di richiamare i media alla loro funzione definendo le responsabilità e i parametri dell’informazione stessa per quanto riguarda la trattazione di temi e fatti che riguardano le donne e l’immaginario che a esso si richiama.
Si parla di violenza del linguaggio in quanto l’informazione, così come la maggior parte del contesto mediatico italiano, riporta e sostiene una cultura violenta nei confronti delle donne già presente nella società, un fenomeno che tocca tutte in diversi modi e in diverse fasi della vita, e non è solo violenza fisica o violenza sessuale, ma violenza psicologica, economica, sociale, politica, che può essere operata da diversi agenti e in diversi contesti come la famiglia, l’autorità, le istituzioni, la scuola, il lavoro. Alla base c’è sempre la discriminazione, ossia una reale diguaglianza tra donne e uomini sia nella sfera privata che in quella pubblica, con uno sbilanciamento di potere in politica e nella società.
Ma vediamo come e veicolando cosa, i media sostengono questa cultura, analizzando fatti che riguardano la violenza di genere: come trattano gli stupri e i femicidi i mass media in Italia? Su cosa puntano i giornali e le televisioni, quando parlano di fatti cruenti legati alla violenza sulle donne? Cosa dicono a proposito dei fatti e a quali stereotipi si rifanno per avere un effetto su chi legge?
Quando si tratta di un femicidio, che magari avviene dopo una lunga serie di maltrattamenti gravi in famiglia, o di uno stupro da parte di italiani, nei giornali la grafica segue, più o meno, uno schema: il titolo riporta spesso un’attenunate psichiatrica dell’autore, e se questo autore è italiano, la notizia verrà messa in secondo piano, se invece si tratta di un immigrato la notizia viene sbattuta in prima pagina.
Per gli omicidi di genere, che al 96% in Italia vengono commmessi da membri maschi della familgia (ex fidanzati, partner respinti, ecc.) si parla di raptus o infermità mentale, gelosia o delitto passionale, oppure di stress dovuto al lavoro o alla perdita del lavoro, e si traccia un profilo della vittima che possa giustificare l’atto che in realtà è semplicemente un omicidio di genere.
Per quanto riguarda lo stupro la prassi è identica: se si tratta di un immigrato ci sarà la sua foto in prima, se si tratta di un italiano la rilevanza sarà minore e se è una persona di rilievo ci sarà poco o nulla. Quindi l’attenzione non è posta sul dato, ovvero l’aumento dei femicidi o della violenza domestica che per esempio si registra in Italia e in Europa, ma si punta a isolare il fatto e a farne un problema di sicurezza pubblica.
Di solito il background culturale nell’illustrazione dei fatti, si richiama agli stereotipi femminili della donna “preda” che istiga l’istinto animale dell’uomo: quindi se la vittima, dell’omicidio o dello stupro, è di bell’aspetto ci sarà la sua foto, ma se la vittima è un’anziana o una donna non particolarmente avvenente, ci sarà l’immagine del luogo del delitto o la foto di polizia o carabinieri, che rimette ordine come se fosse un semplice fatto di cronaca isolato e non un fenomeno sociale grave. Se poi la vittima, dell’omicidio o dello stupro, è una minorenne di bell’aspetto, saranno pubblicate foto preferibilmente ammiccanti con didascalie penose come nel caso di Sarah Scazzi “la bella biondina pugliese”.
In molti di questi casi si cercherà di indugiare su aspetti morbosi e perversi per interessare il lettore senza dare un quadro d’insieme ma facendo appunto leva su stereotipi culturali. Di solito si pubblica il 112 ma non il numero per il sostegno delle donne che subiscono violenza, il 1522, o informazioni sui centri antiviolenza.
È importante capire come nei casi di violenza sulle donne, dove la discriminazione è eclatante, l’informazione debba iniziare usando un linguaggio adeguato e immagini che non possono ricalcare l’immaginario maschile della donna “preda” o “istigatrice di bassi istinti”, trasformando così la vittima in offender complice della sua stessa morte o dello stupro, perché si giustifica apertamente la non gravità del reato commesso e si sostiene la miopia delle istituzioni riguardo la violenza, lo stupro, il femicidio, attraverso un linguaggio altrettanto violento.
Titolare l’articolo di cronaca di un femicidio con “dramma della gelosia”, oppure “uomo uccide per gelosia”, o ancora “uccisa per motivi passionali”, significa deviare la percezione comune dando un’informazione sbagliata, perché non si tratta di delitti passionali ma di omicidi di genere in cui un uomo uccide una donna in quanto tale, perché il femicidio è una conseguenza estrema della violenza di genere e rappresenta la volontà (quindi non la follia ma la consapevole volontà) di un totale controllo sulla donna, ed è anche l’estrema ratio di chi dice che del nostro corpo può disporre, sia teoricamente che materialmente.
Secondo Anna Pramstrahler, che lavora con la Casa delle donne di Bologna e ha coordinato la più recente ricerca sul femicidio in Italia e ha curato questa parte nel Rapporto Ombra presentato a luglio alle Nazioni Unite a New York, sostiene che “il comitato delle Nazioni Unite ha ammonito in maniera grave il governo italiano sul femicidio, che risulta aumentato nel corso degli ultimi 6 anni, e ha chiesto all’Italia di svolgere ricerche e azioni per fermare questi delitti, sottolinenado che sia in Francia che in Spagna lo stato ha istituito un osservatorio speciale per il femminicidio, mentre il Ministero degli Interni non ha mai voluto farlo e quindi nel nostro paese è impossibile aver dati ufficiali sul femicidio”. Un ammonimanto che il CEDAW ha rivolto all’Italia mettendo in primo piano il fatto che il nostro paese rimanda all’esterno un’idea della donna gravemente schiacciata su stereotipi maschilisti che impediscono di avere reali pari opportunità.
La scelta delle parole e delle immagini è materia viva nell’interpretazione della realtà, e quando la stampa riporta fatti che riguardano la discriminazione di genere come eventi eccezionali, di natura privata e sufficienti a sé stessi attraverso un linguaggio distorto e un immaginario stereotipato, applica una doppia violenza, che ha una sola radice e che si chiama discriminazione di genere, quella per cui le donne non possono accedere a posti di comando, non hanno voce in capitolo, sono vittime di disparità economica, sociale e politica, in una cultura che ci sottopone, sempre più spesso, a offese e umiliazioni, anche pubbliche, attraverso apprezzamenti di carattere fisico e a sfondo sessuale, deprezzamenti a livello culturale e sociale.
Esercitare violenza attraverso il linguaggio dunque non significa solo insultare, offendere, ferire ma esercitare una violenza invisibile sui processi di identità della persona che in questo caso si estende al genere e che forzano e manipolano la realtà.

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