2012, attacco al corpo delle donne (2012)

IL MANIFESTO, GENERI – SOCIALE, POLITICA, CULTURA – 20.05.2012 –

Luisa Betti

La politica per le donne è costosa e pericolosa, e l’ideologia reazionaria che mette al primo posto “dio, patria e famiglia” è il primo baluardo di questa battaglia
Succede ovunque e non riguarda soltanto il diritto alla salute o la violenza ma tutto ciò che ruota intorno al corpo delle donne: perché il controllo del corpo femminile è una questione di potere. Cosa si gioca su un corpo che è in grado di decidere se, come e quando, mettere al mondo un essere umano? Se, come e quando, dire di no a un uomo? Se, come e quando rifiutare di svolgere lavoro gratuito in famiglia o di essere sottopagate in un’azienda? Di farsi chiamare direttora, procuratora, ministra stravolgendo un dizionario e miliardi di libri che supportano un linguaggio falsamente neutro? Forse sembra ancora troppo rivoluzionario che le donne decidano come stare al mondo e con quale corpo (grasso, magro, alto, basso) e troppo costoso per gli uomini dividere questo potere.
Le crociate “antifemministe” di tutto il mondo oggi partono dalla paura di mettere in discussione questo potere e la negazione al diritto ad abitare un corpo fuori dagli stereotipi imposti da regole maschili, ha scatenato una guerra dove la posta in gioco rimane la discriminazione di genere: a casa, a scuola, sul lavoro, nei tribunali, da parte dello Stato, in ospedale, nella comunità, dentro la Costituzione, ovunque.
Un po’ di mesi fa la giornalista britannica Laurie Penny, su NewStatesman – a proposito dei Repubblicani americani in corsa per le primarie – ha parlato di “assalto in piena regola alla libertà sessuale e riproduttiva delle donne”, e di come “curiosamente, i conservatori britannici che attaccano il diritto all’aborto e alla contraccezione usano gli stessi argomenti”, in quanto se “possiamo scegliere se e quanti figli vogliamo avere e quando averli, possiamo essere sessualmente attive senza timore di una gravidanza, e possiamo essere presenti, in teoria, in ogni ambito della vita pubblica e professionale. Possiamo avere, cioè, tutti i vantaggi di cui gli uomini hanno sempre goduto per puri motivi biologici”. Un attacco che non è semplice “guerra culturale” ma una vera  “controrivoluzione sessuale” che dalla Gran Bretagna si estende negli Stati Uniti ma che, a ben vedere, si gioca anche su molte donne in Europa, in America e nel mondo, anche se con forme diverse e in maniera magistralmente trasversale.
In Italia, di fronte al tragico aumento degli omicidi di genere, alcune giornaliste hanno provato un certo fastidio a usare la parola femmicidio o femminicidio in quanto termini evocativi di una donna ridotta a corpo – e quindi femmina – mentre invece è proprio causa e obiettivo in una escalation dove la volontà di possesso può arrivare fino alla cancellazione fisica della donna. L’aumento della violenza domestica (circa l’80% della violenza di genere), che è strettamente collegata ai femmicidi  – per la maggior parte eseguiti da ex partner o mariti – ha messo il dito sulla piaga “famiglia” che è un terreno privilegiato in cui si gioca il controllo del corpo della donna: la sua vita e la sua morte, il suo sostentamento, ma anche la sua capacità riproduttiva che va seguita in maniera capillare, a costo di una mortificazione sia fisica che mentale della donna.
La destra italiana, che la scorsa domenica ha sfilato in piazza a Roma con un sindaco (Gianni Alemanno) che indossava la fascia tricolore contro la legge 194 sull’interruzione di gravidanza approvata nel 1978 con referendum popolare, ha pubblicamente rimesso in piedi, sul corpo delle donne, il patto d’acciaio della cultura reazionaria e l’aggressivo machismo del fascismo italiano. Tra i manifestanti c’erano ecclesiastici, a partire dai cardinali Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, e Angelo Bagnasco, presidente della Cei, alcuni politici come Maurizio Gasparri (Pdl) e Paola Binetti (Opus Dei), e partiti d’estrema destra razzisti, antisemiti, omofobi come il movimento Militia Christi e Forza Nuova. E anche se in Italia il tasso di aborti è tra i più bassi d’Europa, quello che non va giù della 194 sono l’art. 4 – che riconosce il diritto di interruzione volontaria della gravidanza per ragioni economiche, morali e sociali nei primi 90 giorni – e l’art. 5 – che attribuisce alla donna, anche se coniugata, il diritto di assumere la decisione abortiva senza coinvolgere il partner – cioè l’indipendenza della decisione della donna.
In Italia però la legge 194 non si tocca, e da tempo sono le Regioni amministrate dalle destre che cercano di guadagnare terreno “rosicchiando” la legge. In Lombardia la Giunta di Formigoni ha finanziato il Fondo Nasko che dà alle donne che decidono di non abortire un contributo di 250 euro mensili per un anno e mezzo; mentre in Liguria a fine aprile il Consiglio regionale ha discusso una mozione, promossa dal Capogruppo del Pdl Matteo Rosso, che cercava di copiare il modello lombardo e lo stesso è successo tempo fa in Piemonte. Nel Lazio è stato proposto un cimitero per feti ma la battaglia parte dal tentativo, intrapreso dalla consigliera Olimpia Tarzia, di spazzare via i consultori sul territorio che, secondo la legge 405 del 1975, hanno un ruolo centrale nell’ambito dell’interruzione volontaria della gravidanza e nell’assistenza alla contraccezione per donne e ragazze che ne fanno richiesta, tutto a spese del Sistema sanitario nazionale. Contro la legge di Olimpia Tarzia – che è anche Presidente Nazionale del Movimento per Politica Etica Responsabilità e che era in prima fila alla Marcia per la vita con Alemanno – le donne italiane si sono mobilitate con un’Assemblea Permanente che ha bloccato il tentativo di sostituire i consultori con dei centri improntati alla difesa della famiglia, al controllo delle interruzioni di gravidanza, per la tutela della nascita al di là della donna, e con la partecipazione di organizzazioni private.
Ma la posta in gioco è tale che la consigliera Tarzia ha cercato di aggirare l’ostacolo portando i punti centrali della sua proposta in due emendamenti alla legge dell’Assessore Aldo Forte sul “Sistema integrato degli interventi, dei servizi e delle prestazioni sociali per la persona e la famiglia nella Regione Lazio” in discussione alla Regione. “La difesa della vita – ha detto Tarzia – è una battaglia di civiltà, il diritto alla vita non ha e non deve avere un colore, né religioso né politico, è il primo dei diritti umani”, cavalcando così un cavallo (i diritti umani) che non è il suo, e calpestando il diritto della donna, che è un essere umano già nato.
Il concetto, su scala diversa, richiama quello che succede altrove. Negli Stati Uniti, dove il candidato repubblicano alle presidenziali 2012, Mitt Romney, vuole eliminare i fondi federali della Planned Parenthood (organizzazione che fornisce assistenza medica e aborto a basso costo a 5 milioni di donne), il senatore Josh Mandel in Ohio ha proposto la Heartbeat Bill che vieterebbe l’interruzione di gravidanza anche per stupro, incesto e pericolo per la madre, nel caso si intercettasse il battito cardiaco del feto a poche settimane dal concepimento. In Texas i dottori devono fare un’ecografia prima di interrompere la gravidanza e se la paziente si rifiuta di guardare le immagini, il medico deve descrivere ciò che vede; mentre in New Hampshire una legge prevede che i medici distribuiscano 24 ore prima dell’interruzione di gravidanza, “materiale informativo” in cui si mette in relazione l’aborto con il cancro al seno. In Svizzera una proposta di un comitato interpartitico antiabortista, vorrebbe sopprimere il rimborso delle interruzioni di gravidanza da parte dell’assicurazione sanitaria modificando l’attuale norma approvata nella votazione popolare nel 2002, mentre in Francia Nathalia Bajos, ricercatrice all’ISERM, sostiene che il contesto sociale e giuridico francese mette la donna in una situazione in cui il diritto a interrompere una gravidanza esige il riconoscimento di non aver saputo gestire la propria vita sessuale: una sorta di colpevolezza su un qualcosa che riguarda la vita privata.
La verità è che l’aborto, indotto o spontaneo, fa parte della vita di una donna e le restrizioni e la colpevolizzazione, così come il pensare che il problema sia esclusivamente legato a un fatto economico, oltre a non riconoscere il diritto delle donne a decidere su se stesse, hanno un’azione contraria che favorisce gli aborti, soprattutto quelli clandestini che mettono a repentaglio la vita delle donne. Secondo un recente rapporto dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) circa 16 milioni di adolescenti, di cui 2 milioni sono sotto i 15 anni, partoriscono ogni anno nel mondo, ma altre 3 milioni rischiano la vita con aborti illegali. Le stesse Nazioni Unite a fine aprile – Commissione su popolazione e sviluppo – hanno adottato una Risoluzione riguardante la salute sessuale e riproduttiva, in cui, tra le altre cose, si ribadisce il diritto delle giovani a decidere sulle questioni relative alla sessualità, rafforzando l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, compreso quello all’interruzione volontaria di gravidanza che deve avvenire in condizioni di sicurezza, garanzia di riservatezza e rispetto senza alcuna discriminazione o tentativi di coercizione.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Lancet e presentato a gennaio a Londra, la metà degli aborti nel mondo non avvengono in condizioni di sicurezza e di questi il 98% avviene in paesi dove le leggi sull’aborto sono restrittive. Gilda Sedgh, tra le autrici dello studio e ricercatrice senior presso il Guttmacher Institute (NY, USA), dice che “stiamo vedendo una quota crescente di aborti nei paesi in via di sviluppo, dove queste procedure si svolgono spesso in modo clandestino e pericoloso”. Dal 2003 gli aborti sono calati di 600.000 unità nei paesi sviluppati, ma sono aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti, e se nel 2008 ci sono stati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi, nei paesi emergenti ce ne sono stati 38 milioni. Secondo lo studio l’Europa occidentale, il Sud Africa (dove il 90% delle donne è tutelato dalla South Africa’s liberal abortion law del 1997) e il Nord Europa hanno il più basso tasso di aborti nel mondo – rispettivamente 12, 15 e 17 per 1.000 donne in età fertile –  mentre l’America Latina e l’Africa, dove la legislazione sull’aborto è restrittiva, il tasso di abortività è rispettivamente al 32 e al 29. Dati che dovrebbero indurre a facilitare l’accesso all’interruzione di gravidanza esportandone il modello dove non c’è, e non a chiedere restrizioni dove esiste una legge. Come ha sottolineato Richard Horton, direttore di Lancet, “Condannare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto, non serve: si tratta di strategie crudeli e fallimentari”, perché dove l’aborto è consentito, la salute della donne è tutelata, mentre dove le leggi lo vietano, la donna mette in pericolo la vita affrontando un aborto clandestino.
A fronte di ciò le strutture sanitarie di tutela della salute della donna sono fondamentali, perché l’82% delle gravidanze indesiderate si verifica in donne che non riescono ad accedere a servizi di pianificazione familiare, e anche quando una donna interrompe una gravidanza la struttura in cui ha fatto l’intervento propone subito un percorso di contraccezione.
In Medio Oriente e in altre parti del mondo esiste il delitto d’onore e il matrimonio forzato, in Indonesia la maggior parte delle donne non accede ai servizi sanitari, in America Centrale e in Messico il numero dei femmicidi è altissimo, in altri paesi dell’America Latina c’è un’assenza totale della parità riproduttiva e in Nicaragua è stato reintrodotto il divieto di interrompere la gravidanza anche in caso di pericolo di vita della madre o di stupro anche se minorenne (Amnesty International). E se il governo afghano di Karzai l’8 marzo ha fatto passare il “codice di comportamento delle donne” con restrizioni che riportano le afghane all’oscurantismo talebano, non c’è da stupirsi perché in Georgia il deputato repubblicano Bobby Franklin vuole sostituire il termine “vittima” con il termine “accusa” nei reati di stupro, stalking e violenza domestica, e nella civilissima Danimarca esiste una legge che prevede che “se lo stupratore sposa o prosegue la relazione matrimoniale o l’unione viene registrata con la vittima dopo lo stupro, la pena viene ridotta o condonata”. In Europa la violenza contro donne e ragazze continua a dilagare tra le mura di casa indipendentemente dall’età e dal gruppo sociale d’appartenenza, e pochi giorni fa la Camera degli Stati Uniti a maggioranza repubblicana ha approvato una legge redatta dal Gop sulla violenza domestica che esclude immigrate, native americane e omosessuali.
L’assalto alle donne ha ormai assunto forme brutali, perché la politica per le donne è costosa e pericolosa, e l’ideologia reazionaria che mette al primo posto “dio, la famiglia e la patria” è il primo baluardo di questa ingiusta battaglia che esclude, manipola, schiaccia e uccide più della metà della popolazione mondiale. In materia di diritto di famiglia, istruzione, eredità, salute, le donne sono ancora tagliate fuori in gran parte del mondo e dove esistono questi diritti la tendenza è di spazzare via quello che le donne hanno conquistato fino a oggi. Ma l’incoraggiamento arriva ancora una volta da Laurie Penny che l’8 marzo ha scritto sull’Indipendent: “Basta con discorsi e frasi di circostanza. Per le donne è il tempo dell’audacia, dell’azione e dei grandi sogni”.

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