#nohatespeech della camera: c’ero e non è stato un fallimento

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Educazione è stata parola che si è ripetuta più volte durante il seminario parlamentare alla Sala del Mappamondo di Montecitorio voluto dalla presidente della camera Laura Boldrini lunedì scorso. “Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, era il titolo, e anche se non tutti sono stati proprio educati (uno degli invitati ha preso la porta molto prima che l’incontro finisse per poi scriverne senza completa cognizione del risultato), il concetto chiave di quel seminario è stato, in realtà, il desiderio di un cambiamento culturale molto più ampio che non qualche regoletta per il web. Perché al di là di quello che succede online, la capacità di un confronto senza scontro, la possibilità di dialogo anche su posizioni diametralmente opposte, la volontà di gestire la collera e l’accettazione della diversità, fanno parte di una scommessa ampia che coinvolge la comunità intera, soprattutto se questa comunità vuole sentirsi chiamare civiltà. Al #nohatespeech c’erano la presidente della camera, Laura Boldrini, la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, il professor Stefano Rodotà, la Vice-Segretaria del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni, e tra gli inetrventi: la mamma della ragazza suicida dopo le violenze subite pochi mesi fa, il padre di una ragazza sottoposta a cyberbullismo, Raffaella Milano (Save the Children Italia), Elisabeth Linder (Facebook), Giorgia Abeltino (Google Italia), ma anche giornalisti e blogger, tra cui me medesima, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Massimo Melica, Stefano Andreoli, Alessandro Bonino, Arturo Di Corinto, Giulia Innocenzi, Clarissa Gigante, Guido Scorza. Moderava Luca Sofri, direttore del “Post”. Non entro qui nel merito di tutto quello che si è detto, perché è stato già fatto altrove, perché è tardi e perché questa non è una cronaca, e quindi dirò solo cosa mi è piaciuto e cosa meno.

Mi è piaciuto che se ne sia parlato, che sia iniziato un dialogo tra istituzioni e diverse realtà che ogni giorno sono a contatto con la rete, e soprattutto sono contenta di aver parlato lì, dove si analizzavano aspetti della violenza in rete, delle conseguenze di quest’odio sulle parti più esposte, cioè le donne e i minori, e in maniera particolare le ragazze. Mi è piaciuto come tra me, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo, si sia attivato un solido cerchio “magico”, come solo le donne riescono a fare (e non sempre), mettendo in campo in maniera armonica e straordinaria i vari aspetti del problema, senza alcuna preparazione ma solo con uno scambio rapido di idee iniziali. E mi è piaciuto sentire tante volte ripetere in quella sala che non ci vogliono leggi restrittive sul web o bavagli, che chi fa un reato in rete è già rintracciabilissimo, che la rete è un luogo proficuo di scambio e di libertà delle idee, e che quello che ci vuole è invece una seria educazione alla differenza, ovvero un ben più difficile e complesso cambiamento culturale, che definirei come un’apertura dell’orizzonte di molte teste fuori e dentro la rete, e quindi nella società. Un cambiamento di testa che Idem e Boldrini dimostrano già in atto con quello che fanno: l’ascolto della società civile per affrontare insieme la violenza contro le donne, l’andare pubblicamente al gay pride di Palermo affrontando ogni critica e meraviglia, l’aver combattuto per mettere subito in agenda la ratifica della Convenzione di Istanbul.

Quello che invece non mi è piaciuto è che questo non si sia capito fino in fondo, e non mi sono piaciuti alcuni commenti a posteriori come “il seminario è fallito”. Soprattutto non mi è piaciuto che si sia gridata alla strumentalizzazione del dolore in quella sede dove la madre della ragazza che si è tolta la vita, ha voluto parlare per libera scelta e senza forzature, niente a che vedere coi luoghi della speculazione del dolore, come tanta televisione italiana, in cui la storia serve solo per rizzare lo share e non per rendere conto della realtà. Il dolore va detto, narrato, raccontato, con i dovuti metodi e le dovute cautele. Io ci sto dentro tutti i giorni, tantissime donne mi cercano disperatamente per raccontare le loro storie affinché le istituzioni facciano qualcosa. Non le espongo mai, ma faccio raccontare quello che vogliono, contestualizzando quel dolore e quella sofferenza affinché arrivi il senso ultimo di quella storia: e cioè che la realtà va cambiata, che quella sofferenza deve cessare, e che chi racconta, come tutt*, ha il diritto di vivere una vita libera dalla violenza e da quel dolore. Chi dà voce a chi non ce l’ha, non strumentalizzando ma offrendo il testimone e senza esporre gratuitamente quel dolore, lavora per il bene comune affinché questo arrivi a poter cambiare le cose. E quale palco migliore se non quello che direttamente parla a una ministra e una presidente della camera, dove un cittadino o una cittadina possono dire apertamente: questo deve cambiare perché voi, nel vostro ruolo istituzionale rappresentate tutt* noi e quindi dovete usare quel potere per migliorare la condizione di tutt*? Il principio base della democrazia, direi.

Mi è piaciuto invece il commento di Luca Sofri che moderava e che alla fine dell’intervento Lipperini-Betti-Zanardo, ha voluto sottolineare, a una fitta platea di uomini, che i commenti che possiamo avere nei nostri blog (noi donne) rispetto a loro (uomini) sono certamente diversi. A questo aggiungo che sia io che Loredana abbiamo parlato delle minacce e dei commenti sessiti, discriminatori e violenti che abbiamo ricevuto, compresi la distorsione “violenta” delle nostre immagine ritoccate. A me hanno fatto le zanne e gli occhi rossi, a lei l’hanno messa nuda. Per non parlare di epiteti, calunnie, minacce varie, una palma che ci contendiamo con la presidente Boldrini che è stata mediaticamente lapidata, e che pur non essendo la sola a subire la violenza del web ha finalmente affrontato questa violenza nella sua giusta dimensione: cioè non uno “scherzetto”, come alcuni hanno definito, ma una violenza. Lì, ieri, pochi hanno capito la connessione tra la violenza psicologica, presente in tutte le convenzioni internazionali che riguardano le donne (dalla Cedaw alla Convenzione di Istanbul) e i suicidi delle ragazze che hanno subito assalti mediatici. Non si capisce, e allora lo rispieghiamo: non accettare la violenza in tutte le sue forme, compresa quella psicologica anche mediata dalla nuova tecnologia, non significa censurare perché quella non è libertà. Se tu mi minacci per sms o mi minacci per chat, sempre stalking rimane. Se mi ritrovo il video di una violenza che ho subito che va in giro su youtube o su facebook, è una seconda violenza, e se le autorità non fanno nulla per fermare tutto questo, la violenza si triplica, e se quella ragazza si suicida, diventa complicità alla sua morte, anzi istigazione. Se scrivo una frase o un pezzo, o dico una cosa che non va a genio a qualcuno, o se semplicemente sto antipatica e questo qualcuno mi minaccia e mi ricopre di insulti, e poi istiga altri tanto che gli insulti si moltiplicano, questa non è libertà di espressione ma è violenza. Ed è la stessa dinamica della violenza domestica: se tu non accetti la “libertà” di tuo marito a trattarti come uno straccio da terra e ti ribelli, se non accetti che ti picchi e ti riduca come una zampogna, se non accetti di farti stuprare ogni volta che lui ha voglia di fare sesso, e quindi lo denunci: quello che stai facendo non è non riconoscere il suo amore che si dimostra in “mille modi” nella sua libertà di espressione, ma ti stai difendendo da una violenza. 

Una violenza che raggiunge i massimi livelli quando viene narrata, oltre che dalla rete, dai media con una sottovalutazione spropositata. Un’esempio per tutti: lo stupro della ragazza minorenne avvenuta in Ohio (Usa) raccontato dagli offender su youtube come una “bravata”. Ragazzi che, una volta rintracciati, hanno subito regolare processo e che, condannati, sono stati presentati dai principali media nazionali come due poveri ragazzi, studenti modello, ai quali era stata stroncata la carriera da giocatori da questa brutta storia, di cui si è anche nominato il nome della famiglia della vittima dando la possibilità a chiunque di rintracciarne l’identità. Ma non basta, perché poi sulla ragazza molti giovani del luogo hanno infierito attraverso twitter, mettendo in dubbio il fatto che non era stata una violenza perché lei “ci stava”. Un’aggressione, quello della rivittimizzazione e del misconoscimento della violenza attraverso la tesi del rapporto consensuale, non diversa da quella che ha subito e continua a subire la ragazza stuprata qui, a Montalto di Castro, che ha visto i suoi otto stupratori riconosciuti colpevoli dal tribunale dei minori che però ha concesso loro una seconda “messa alla prova”. Esempi che dimostrano come, al di là dei mezzi con cui si comunica e si veicola la violenza, il concetto rimane lo stesso, perché è l’impianto culturale che deve essere cambiato. Riconoscere la violenza è il primo passo per tutti, donne e uomini: altrimenti che senso ha ratificare una Convenzione come quella di Istanbul.

Per quanto riguarda gli adolescenti la cosa è ancora più delicata: perché se cresciuti in un contesto che non riconosce tutto questo, possono anche non rendersi conto di compiere reati, sia che vengano messi in opera attraverso il web che fisicamente, ma con una differenza: il bullismo diretto finisce quando torni a casa mentre quello veicolato dalla rete, entra in casa tua e sta con te 24 ore su 24, con l’optional dell’anonimato di chi ne è responsabile. Come ho già scritto un anno fa su questo argomento, nella rete possono essere veicolate ingiurie, minacce, offese gravi, forme di reato come il furto di identità per diffamare compagn* senza essere riconosciuti, rendere pubbliche informazioni private, postare fotografie o video delle amiche e degli amici senza permesso, rubare il cellulare per carpire informazioni e usarle contro compagn* diffamando pubblicamente, costruire gruppi da cui escludere intenzionalmente amici o fare dei gruppi contro alcuni amici: tutte forme di alienazione sociale dannosa che possono provocare nelle vittime ansia, timore, vergogna, rabbia, frustrazione, fino a depressione e alienazione vera e propria, e anche pulsioni suicide. In alcuni casi si tratta di reati veri e propri che, trattandosi di un minore, non sono perseguibili, ma che non possono essere lasciati senza un controllo dai genitori, i quali per il 56%  in Europa non è a conoscenza di quello che i figli fanno sul web, una cifra che in Italia sale all’81%. Eppure una cosa che ho sperimentato io stessa, è che quando spieghi bene agli adolescenti che questi sono reati, alcuni gravi, molti capiscono e si mettono anche paura, mentre più difficile è rendere consapevoli i “grandi” che stanno con loro. Un caso banale che mi ha colpito è stato quello di una ragazza a cui era stato sottratto un cellulare all’interno del liceo che frequentava, un evento subito comunicato dalla studentessa ai genitori, i quali tempestivamente si sono preoccupati di parlare con la dirigente scolastica, che ha semplicemente detto che le dispiaceva e che se fosse ritornato il cellulare indietro, avrebbe restituito l’apparecchio alla ragazza. Alle rimostranze dei genitori che hanno sottolineato il pericolo di appropriazione di immagini e materiale personale della minorenne che si sarebbe potuto divulgare, la dirigente è rimasta basita, e data la sottovalutazione del fatto, i genitori hanno ritenuto opportuno avvertire che avrebbero comunque fatto una denuncia. A quel punto l’intero staff della scuola si è dato da fare per ritrovare l’apparecchio e il cellulare è saltato magicamente fuori.

 

3 pensieri su “#nohatespeech della camera: c’ero e non è stato un fallimento

  1. A mio avviso qualunque strumento, che siano le Istituzioni italiane o una iniziativa del Consiglio d’Europa o un convegno di giovani, che la Boldrini parli o ascolti, è idoneo a discutere di un argomento tanto importante. Perché la rete è mondiale, vi sono tutti i contenuti possibili immaginabili anche pericolosissimi, e se si vuole fare della rete un luogo di incontro e non di scontro, occorre informare, sensibilizzare, coinvolgere… soprattutto i giovani che sono gli utenti più assidui. E’ ovvio che la rete mette a confronto tante diversità, e sarà lungo il processo di far capire, non imporre, l’accettazione e il rispetto della diversità, necessario per un mondo migliore, e soprattutto per creare, in un futuro spero quanto mai prossimo, un’autocoscienza ed una padronanza dei giovani ma anche degli adulti con questo strumento, onde armonizzare gli utenti a introdurvi contenuti che siano costruttivi di nuovi rapporti interpersonali e culturali, e mai offensivi nei confronti di chiunque andiamo ad incontrare. E visto che anche la società sta diventando inevitabilmente multietnica, il rispetto fattivo va introdotto progressivamente nelle abitudini di tutti noi, perché la differenza sia ricchezza e il rispetto e l’accettazione diventino la consuetudine. Per ritornare alla Boldrini, ho molta stima di lei in quanto sta dimostrando una grande sensibilità su problemi seri, e molte persone come lei che parlano, magari mettendone a tacere tante altre, è una cosa che mi dona speranza, dopo tanti tanti anni di tenebre politica, culturale, comportamentale che mi sono visto attorno.

  2. Condivido il commento di luzy e mi chiedo per quale motivo questo interessanto progetto del consiglio d’Europa debba immediatamente diventare dominio istituzionale. Nato come progetto per sensibilizzare le giovani generazioni, educandole a riconoscere e contrastare in modo attivo ogni forma di @hatespeech, soprattutto sulla rete mi chiedo perchèdover uscire da questa modalità alternativa ed efficace scegliendo sempre le istutuzioni come primo e legittimo megafono. Avrei preferito sentire queste giuste riflessioni formulate in un convegno di giovani studenti e bloggers, con la Boldrini in platea ad ascoltare.

  3. 600 visualizzazioni su YT e 36/42 utenti connessi durante la diretta; forse qui sta il fallimento, non nei contenuti, per lo più condivisibili da chiunque abbia ancora un briciolo di intelligenza in moto.

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