Femminicidio: indietro tutta

femminicidioUn altro che pensa che per affrontare un femmicidio sia necessario andare a pescare nella vita delle persone dando giudizi diretti su chi non si è mai conosciuto, trasformando un pezzo di cronaca nera, al massimo, in un romanzetto d’appendice . E’ successo di nuovo, proprio quando in tutta Italia, ma anche nel mondo, si parla ogni giorno di violenza sulle donne, su come contrastare il femmicidio e il femminicidio, e soprattutto è successo dopo un anno di tambur battente su come fare informazione corretta su certi argomenti. Un mantra ripetuto così tante volte che forse sarebbe il caso di chiedersi se vale la pena fare un passo ulteriore, di andare oltre. Una evoluzione che speravo fosse scontata quando è cominciata la campagna sul femmicidio e sulla corretta informazione – che è partita proprio da qui e dalla spinta che questo blog ha dato alle colleghe della rete nazionale delle giornaliste sparse in tutta Italia – e che invece vedo oggi sbiadire e appiattirsi su contenuti a volte superficiali o poco documentati, se non addirittura errati, trattati indistintamente anche da chi non sa né come si affronta il problema né come trattarlo, e che invece di preparasi e formarsi, improvvisa per far vedere che c’è. Ed è come un gigantesco salotto “alla vespa” in cui tutti parlano, compreso chi non sa cosa sta dicendo o magari lo sa male perché qualcuno “un po’ glielo ha spiegato”. Una involuzione che sta creando danni, abbassando il livello di dibattito, ma che sta anche riportando indietro quello che ci sembrava ormai acquisito: perché se l’ondata di indignazione non è supportata da una seria analisi sul femminicidio nell’ambito della discriminazione delle donne, si passa tristemente a trattare il “fatto in sé” come se le donne fossero solo vittime di femminicidio, privando il tema in questione della sua sostanza e ricalcando anche gli stereotipi che sono alla base della violenza. L’ampia produzione di libri, testi teatrali, convegni, inchieste, video, blog, sul femmincidio in questi ultimi mesi, non sempre ben documentati e a volte anche improvvisati con teorie anomali e fuorvianti, stanno lì a dimostrarlo. E’ triste dirlo, ma le cose migliori sono nate quando questa campagna è cominciata in maniera massiccia, all’inizio dell’anno scorso, un trend che  andato a salire fino a dicembre e che poi è cominciato a scendere con interventi e approcci sempre più superficiali e affrettati. Della serie: solo perché ormai tutti ne parlano, allora ne parlo anch’io.

Far diventare il femmincidio un fenomeno da baraccone nell’immaginario collettivo, significa che non solo nulla cambierà ma che si tornerà indietro. Il caso ci viene offerto, si fa per dire, dal morte di madre e figlia ritrovate sgozzate in casa a Cisterna di Latina due giorni fa, una duplice uccisione  efferata dopo una violenta lite e su cui il marito della donna ha già confessato. Un evento trattato – per prendere un esempio su come è facile tornare indietro – dal Corriere della Sera con un pezzo che speravo di non dover più leggere e che invece mi ha riportato indietro nel tempo: e mi riferisco a un articolo in cui si descriveva uno stupro come un romanzetto e in cui la donna veniva descritta come una poveretta “madre di tre figli tutti da uomini doversi” e su cui molte di noi si indignarono. Questa volta invece nessuna ha fiatato, anche se nel pezzo appare un quadro inquietante in cui la donna sgozzata viene descritta come una poco raccomandabile, mentre l’assassino come un uomo tranquillo. “Quella che emerge nel giro di poche ore, infatti, è una storia che va al di là del delitto d’impeto – scrive il giornalista – Kumar Ray, il 37 indiano, conosce Francesca qualche anno prima: lei ha già un paio di relazioni fallimentari alle spalle, lui è un bracciante clandestino. Ad un certo punto il matrimonio dei due in India: Kumar può così vivere a pieno titolo in Italia. Ma la vita insieme diventa impossibile: si dividono anche se l’uomo mantiene la residenza nella casa di borgo Flora e va a fare il custode in una azienda di Nettuno. Francesca continua a chiedergli soldi: minaccia di denunciarlo e Kumar, di tanto in tanto, la accontenta. Sino allo scorso sabato mattina, quando l’ha massacrata insieme alla figlia, incolpevole testimone”. L’articolo fa un racconto della vita dei due come fossero personaggi di un film e spiega l’ipotesi che la donne uccisa “agevolasse l’ingresso di cittadini stranieri nel nostro paese per soldi”, quindi fosse implicata in questo traffico certo deplorevole, ma non ragione sufficiente per ucciderla. Per completare il quadro, animando il pezzo di nera, il giornalista fa emergere un giudizio completamente gratuito sulla donna uccisa dal marito, scrivendo che lei aveva “una relazione in cui i sentimenti, forse, non c’entravano nulla” e che in passato aveva avuto “un paio di relazioni fallimentari alle spalle”, mentre l’assassino viene descritto come una persona “tranquilla e senza precedenti penali, che ha quasi subito confessato i delitti facendo emergere una storia che, forse, molti nella piccola comunità di borgo Flora ignoravano, o conoscevano soltanto in parte”. Una serie di stereotipi e allusioni gratuite che non aggiungono nulla al fatto, ma per cui sembra che lei, la donna, questa morte se la cercasse mentre lui, alla fine, preso da un raptus dopo una lite furibonda (magari ce ne erano state altre?), abbia sgozzato la moglie e anche la figlia di lei, di 19 anni, che era nell’altra stanza. Certo, perché l’uomo avrebbe “perso la testa e, con un coltello da cucina, ha prima colpito la 56enne, e poi la figlia di lei, Martina Incocciati, 19 anni”. Una serie di luoghi comuni gravissimi tra cui l’insistere che l’assassino fosse un tipo tranquillo: un azzardo visto che ha avuto il coraggio di sgozzare madre e figlia lasciandole in un lago di sangue dopo una violenta lite che forse (e qui azzardo io) non era la prima; e che l’uomo avesse “perso la testa” grazie a un raptus involontario: un altro azzardo che non contempla che potesse anche essere andato lì con l’intenzione di uccidere visto che c’erano contrasti.

Infine la descrizione dettagliata del delitto, come se il giornalista fosse stato presente, e senza la quale non avremmo mai capito che le due donne fossero morte: “E in questo clima che matura il terribile fatto di sangue, sabato mattina intorno alle 7. L’ennesima discussione, la richiesta da parte di lei di ulteriore denaro: Kumar e Francesca discutono in cucina, lui afferra il coltello mentre lei è di spalle, la fa cadere ed affonda la lama nella gola. Nella camera da letto vicina, Martina sente qualcosa e si sveglia: l’indiano è una furia, la raggiunge per eliminarla, è un testimone scomodo. La ragazza si difende come può, cade sul pavimento tra le urla. Lui affonda la lama nel collo, poi scappa e getta il coltello in un canale vicino alla casa”. Un modo di fare informazione come fosse un action movie che non solo distacca dalla realtà, ma che è falsata, inutile, e mette sullo stesso piano cose che non c’entrano con l’informazione (per non parlare  delle foto della ragazza di 19 anni uccisa con cui hanno tappezzato il web perché giovane e carina). Eppure nessuna, stavolta, ci ha fatto caso.

Ovviamente il dibattito è sempre positivo, e che si parli di femminicidio e che le idee circolino è fantastico, ma tutto ciò non serve se poi le parole non hanno presa sul reale e non smuovono una virgola nel quotidiano. Perché se quello che noi vogliamo è cambiare, per cambiare le parole devono avere forza trainante, una forza che non c’è se le donne continuano a essere inascoltate in tribunale, a essere trasformate da vittime in abuser, a vedersi i figli sottratti se denunciano violenza domestica nel momento della separazione, a essere indicate colpevoli  della violenza che subiscono o della loro stessa morte perché “in fondo se l’è cercata”, se continuano a essere uccise, stuprate, vendute, sfigurate, giudicate in quanto donne, e quindi discriminate. A che serve parlare di femminicidio se non per dare una bella spallata a tutto questo?

 

*Postilla a “Femminicidio: indietro tutta”

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Ieri è scomparsa Francesca Molfino, femminista, psicanalista, tra le fondatrici del Centro culturale Virginia Woolf, da sempre impegnata con i centri antiviolenza. E proprio oggi trovo un articolo di Molfino sulla violenza contro le donne del 2012, in cui mette in luce non solo tutto l’iter dell’anno scorso sui finanziamenti ai centri antiviolenza, il piano nazionale di Carfagna e i bandi a riguardo, ma in maniera più chiara e lucida di me (l’argomento è lo stesso del pezzo qui sopra), chiarisce la differenza tra propaganda e politica, delineando cosa significa occuparsi di violenza contro le donne – femminicidio in un modo chiaro, preciso e informato, un modo che sia appunto politico e non propagandistico, rivolto a raggiungere obiettivi reali e non a tergiversare sull’argomento solo per dire: io ci sono! Una riflessione illuminante che mi permetto di riportare qui in uno stralcio, per rafforzare un’esigenza di molte: ovvero che il patrimonio di anni di lavoro e di riflessione, non sia buttato al vento per la fregola di dare soluzioni sbrigative e di superficie a un problema così delicato, né che questo stesso problema venga usato da singoli per fare promozione personale.

E a questo proposito Francesca Molfino scriveva:

(fonte: “Violenza contro le donne, cosa facciamo in concreto”, da www.ingenere.it)

“Care amiche, da più di vent’anni mi occupo della violenza contro le donne e lavoro con i Centri antiviolenza. Di solito si parla molto di violenza in occasione di uccisioni di donne per mano di uomini violenti, quando per qualche giorno il discorso sulla violenza sale alla ribalta – com’è successo negli ultimi giorni, per il tentato omicidio della compagna e uccisione del figlio per mano di un uomo a Roma, e anche in occasione della sentenza della Corte di Cassazione sullo stupro di gruppo.

Mi piacerebbe che i nostri discorsi intorno alla violenza, soprattutto quelli di rivendicazione politica, riuscissero ad avere uno sguardo profondo, che rispetti il lavoro di tutte le donne e gli uomini che lottano quotidianamente contro la violenza sulle donne e che sappiano dire, e quindi rivendicare, cose sensate e concrete.

Spesso quando si parla di violenza, e quando ne parlano le donne che fanno politica, i toni sono veementi e le affermazioni generiche e a volte anche errate. Questi discorsi hanno il pregio di far conoscere dove può giungere lo svantaggio sociale femminile; mi spingono a partecipare; ma dall’altra non mi fanno capire come si può intervenire, mi rendono immobile davanti all’orrore, oppure mi fanno iniziare da capo, dall’abc, dalle affermazioni più generali.

La propaganda non è una cosa necessariamente brutta, andando a vedere cosa significa propaganda, su Wikipedia, il riferimento più semplice, trovo l’attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifiche attitudini e azioni… I propagandisti cercano di cambiare il modo in cui la gente comprende una questione o una situazione… Ciò che rende la propaganda differente da altre forme di controllo è la volontà del propagandista di cambiare l’orientamento delle persone, attraverso l’inganno e la confusione, piuttosto che tramite la persuasione e la comprensione.

La propaganda, come diceva uno psicoanalista, è così attraente perché offre significati, soluzioni semplici e sicure, ribalta i pensieri sfiduciati e depressi in euforici, suscita l’entusiasmo di una soluzione, dà una spinta iniziale. Ma poi bisogna reggere le complicazioni e le smentite delle applicazioni di ciò che viene proposto.

Dalla propaganda sono passata alla politica, cercando, anche se è stato arduo, una definizione larga e mi è sembrato che questa potesse andare bene: La politica consiste nella scelta degli obiettivi comuni che un gruppo vuole raggiungere, e nella scelta dei mezzi e dei metodi per raggiungerli.

Senza dubbio la propaganda favorisce la politica in modo benefico. Mi turba però quando l’aspetto propagandistico si ripete nel tempo e sembra non tenere conto dell’usura di quanto va dicendo e del fatto che l’ipersemplificazione dei concetti espressi si afferma a scapito della descrizione dei fatti.

Ritorniamo alla violenza, il rischio è che esista un discorso massimalista e stereotipato, sempre uguale a se stesso che diventa Il discorso sulla violenza contro le donne da tirare fuori all’evenienza. Un discorso che impatta la sensibilità delle persone, ma non dà strumenti per agire cambiamenti”.

Grazie, ancora una volta, a Francesca Molfino

 

 

3 pensieri su “Femminicidio: indietro tutta

  1. lotteremo una vita noi donne ma non otterremo mai niente! Con rammarico dico che comunque le istituzioni non sono in grado di affrontare queste situazioni! Sentirsi dire da un’ass. sociale in un incontro a tre col mio ex marito: ma lui ti picchiava prima di separarti! Ed io: non…ha continuato anche dopo! (perchè mi chiedo durante il matrimonio è leggittimo essere picchiata dal marito?) Lui: ma che dici!? sei falsa! Ed io: certo, dici così perchè non ti ho mai denunciato! ass. sociale: ma non è importante appurare in questo contesto se è vero o no! Lui: ma non vi sposate se poi dovete denunciare…NON VI SPOSATE!!!!
    Quindi DONNE se ci sposiamo dobbiamo essere picchiate senza dover denunciare perchè è un loro diritto! sono davvero sconcertata e sfiduciata dalla “giustizia”, e dalle istituzioni. potremo lottare per altri mille anni ma non cambieremo mai niente!

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