Femminicidio: il silenzio delle liste

violenza okOggi Donika Xhafa, una donna albanese di 47 anni, è stata trovata morta in mezzo alla starda uccisa dall’ex convivente, Raffaele Vorraro, 59 anni, a Vercelli dove lei viveva con i figli dopo la separazione. Sembra che l’uomo si fosse recato da lei per una riconciliazione ma per farlo era andato con una pistola in tasca, arma usata per uccidere la donna con 4 colpi: “l’uomo le avrebbe sparato un primo colpo dalla sua auto, poi sarebbe sceso per finirla con altre 3 colpi” (Quotidiano.net). Donika Xhafa è la sesta vittima di femminicidio in Italia dall’inizio dell’anno, e arriva alle pagine della cronaca dopo un anno di insistenti richieste di intervento della società civile nei confronti del governo Monti e dopo mesi di dibattito sul femminicidio nei media. E se anche oggi è triste vedere ancora sui giornali parlare di “raptus” e di “gelosia”, ancora più inquetante è il silenzio di questa campagna elettorale di fronte a un fenomeno che continua come se “nulla fosse”, anche dopo che Amnesty International ha presentato a tutti i leader delle coalizioni politiche che si presentano alle elezioni del 24 e 25 febbraio, il suo decalogo sui diritti umani introducendo esplicitamente  il punto su “il femminicidio e la violenza contro le donne”. Di fronte a un attacco evidente, frontale, massiccio sui diritti delle donne, nessun partito si è alzato dicendo: questo lo metto nel mio programma. Ma bisogna fare delle distinzioni: se Vendola ha almeno firmato la Convenzione nazionale “No More!” contro la violenza maschile sulle donne pochi giorni prima delle primarie, e Bersani ha appoggiato il ddl per il contrasto al femmincidio su cui ha lavorato Anna Serafini, nel movimento di Ingroia c’è un silenzio assordante su questi temi, un silenzio non giustificabile per un movimento che si pone a sinistra e che vorrebbe partire dalla società civile. Una dimenticanza, in una campagna elettorale che arriva dopo un anno molto faticoso per le donne, ingiustificata. La violenza domestica, che non è uno scherzo per la quantità di donne e bambini che coinvolge (l’85% della violenza in Italia è violenza domestica e ci sono circa 400 mila bambini che assistono alla violenza in famiglia), è il terreno su cui si sviluppa il 70% dei femmincidi in Italia, in situazioni in cui le donne il più delle volte si trovano in una prigione da cui non riescono a uscire. Su questo, prima della campagna elettorale, si sono consumati fiumi di inchiostro ma quello che il governo Monti ha fatto praticamente – a parte far firmare all’Italia la Convenzione europea di Istanbul e fare un ddl per una ratifica futura – è nulla, o meglio ha detto “faremo” (forse) ma non ha risposto agli appelli che chiedevano politiche immediate, con la conseguenza che le donne sono continuate a essere uccise per mano dei propri partner. Ora, per esempio, sarei curiosa di sapere come le diverse forze politiche in corsa per le elezioni, intendendono prendersi carico di questo problema, e come penserebbero di “vestire” la Convenzione di Istanbul, perché se anche adesso tutti sono d’accordo per la ratifica, in realtà bisogna vedere come il parlamento italiano intende rendere effettive le indicazioni di Istanbul. E alla luce del dibattito al Senato nel settembre scorso sulla firma della Convenzione europea, dove alcune forze politiche di centro destra (Udc e Lega) facevano notare il pericolo di mettere in discussione il concetto di famiglia (si è parlato addirittura di incostituzionalità di alcuni punti della Convenzione), mi sembra evidente che ogni intesa con questi signori, soprattutto se hanno stretti rapporti con il Vaticano, sia molto pericolosa per le donne. E questo bisogna dirlo prendendo posizione pubblica.

Le forze politiche dovrebbero chiarirci come la pensano, e come intendono aiutare le donne che, nel tentativo di uscire da un incubo, cercano aiuto, denunciano, si separano da un marito violento e invece di trovare tutela e protezione dalle istituzioni, o vengono uccise (come la donna di oggi) o si ritrovano non credute in tribunale, o vengono implicate loro stesse in responsabilità che non hanno  sulla violenza che subiscono e, nel caso siano presenti minori, con il rischio di sottrazione anche dei figli. Mi preme chiarire ai leader che si presentano, che un Paese che ha ratificato varie convenzioni internazionali a protezione dei minori, vuole una risposta chiara al perché qui, in Italia, sono in aumento casi in cui – anche in presenza di un procedimento penale per violenza fisica, sessuale, psicologica, stalking, ecc. – un giudice può decidere di togliere il bambino dal contesto in cui vive per metterlo in casa-famiglia, o collocarlo addirittura presso il genitore che il minore rifiuta, in base alla diagnosi, fatta da psicologi o psichiatri nei tribunali attraverso le Ctu (consulenze tescniche d’ufficio) di una malattia che non esiste, ovvero la sindrome di alienazione parentale (Pas). Bambini sottratti con la forza o con l’inganno, perché le istituzioni devono “tutelare” il diritto a una bigenitorialità che non può essere costruita “resettando” il cervello dei bambini. Dopo il caso di Padova, che ha fatto scalpore per i modi in cui il minore è stato prelevato a scuola il cui video trasmesso a “Chi l’ha visto” ha fatto il giro del mondo, sulla questione non si è più aperto bocca e tutto è stato messo nel cassetto. Eppure in Italia i bambini che transitano nelle case famiglia – per varie ragioni tra cui anche i contrasti sull’affido – sono circa 30.000, con un costo di circa 3mila al mese a bambino. Un trauma che si aggiunge al trauma e che può avere effetti devastanti sul minore che viene strappato dal suo contesto: casa, scuola, affetti, amici, tutto, per essere appunto “resettato” in un ambiente “neutro”.

L’anno scorso la Commissione giustizia al Senato, grazie all’impegno di alcuni senatori e senatrici dell’Idv e del Pd – e soprattutto grazie alla senatrice Silvia Della Monica – è stato bloccato il disegno di legge (ddl 957) sulla modifica dell’affido condiviso dei minori che avrebbe sdoganato definivamente la Pas introducendola nella legge: una malattia che lo stesso ministero della salute ha diffidato dal riconoscere e che non è mai stata riconosciuta in maniera ufficiale in alcun modo. Malgrado ciò il partito democratico non ha voluto ripresentare in queste liste Silvia Della Monica (Pd), mentre Rivoluzione Civile ha collocato Sara Vatteroni (Idv), che si occupa sia di Pas che di minori che di violenza contro le donne, al 23° posto (Camera) nella lista Toscana, mentre Frida Alberti (Idv), per cui vale lo stesso discorso di Vatteroni, è stata messa al 6° posto in Liguria per il Senato: donne con competenze specifiche e importanti che quasi sicuramente non passeranno.

C’è però chi alla questione ci tiene eccome, perché la Pas si è intrufolata nei tribunali italiani grazie alla lobby pro-Pas (che ora chiamano alienazione parentale ma che ha gli stessi effetti devastanti nei tribunali), schieramento di avvocati, psicologi, pscichiatri, esperti vari che coinvolgono padri in fase di separazioni problematiche. Senza nulla togliere ai padri separati in difficoltà economica e/o con problemi di relazione con le ex partner in presenza di figli minori (che sicuramente vanno aiutati come e quanto le mamme), questo gruppo rappresenta un tesoretto di voti su cui qualcuno già ha messo gli occhi, nella prospettiva di riattivare il ddl 957 sulle modifiche dell’affido condiviso ora fermo al Senato (mentre un altro disegno è alla Camera). Ed è così che Casa Pound Italia, che partecipa alle prossime elezioni, ha messo nel suo programma: “Sostegno  ai  padri  separati e ridefinizione delle norme sull’affidamento della prole e sull’assegnazione degli alimenti in caso di separazione coniugale”, mentre Fratelli d’Italia – che sostengono Francesco Storace nella corsa verso la presidenza della Regione – hanno fatto di questi temi la loro bandiera assecondando molte delle istanze contenute nel ddl 957 che modificherebbe l’affido condiviso con gravi effetti su donne e minori. E se anche il Movimento 5 stelle ha cominciato a interloquire con queste istanze, Bruno Volpe – il direttore di Pontifex da cui prese infelice spunto il prete di Lerici per dire che le donne il femminicidio se lo vanno a cercare – ha parole di conforto dichiarando che da una parte pensa “ai tanti padri separati che dormono per strada ridotti in miseria” e dall’altra pensa “ai tanti  bimbi abortiti, molti più delle donne uccise”. Giorni fa Casini (schierato con Monti e Fini) ha detto da Vespa che pensa “ai padri separati che dormono in macchina e fanno la fila alle mense della Caritas”, mentre Matteo Salvini (Lega alleata con Pdl) da Santoro ha ricordato il finanziamento di 500 mila euro della Regione Veneto pensato in particolare per i padri separati. Aiuti importanti che non tengono conto che di fronte ai tanti padri separati ridotti in miseria, esiste una maggioranza di madri separate in povertà che nessuno aiuta e che non cercano sponsor politici. Secondo l’Istat il 12,7% delle persone che si rivolgono alla Caritas sono separate o divorziate, e di queste il 66,5% sono donne mentre il 33,5% sono uomini. Linda Laura Sabbadini, direttrice del dipartimento Istat, ha affermato tempo fa che “certamente esistono padri in gravi condizioni, ma i dati Istat ci dicono che sono le donne sole e con figli separate/divorziate le persone a maggior rischio di povertà e non lo afferma solo l’Istat ma anche altre ricerche”. Per l’Istat tra gli uomini separati l’1,6% è povero di contro a un 3,5% di separate in povertà, dato che in presenza di figli minori sale al 15,4% per le donne.

Vorremmo che lo schieramento “di sinistra” si pronucnaisse su questi temi, e non solo sul femminicidio o sulla Pas, ma sul grave attacco riguardo i diritti delle donne e dei minori, perché il voto delle donne non è affatto scontato.

9 pensieri su “Femminicidio: il silenzio delle liste

  1. Casa Pound Italia, che partecipa alle prossime elezioni, ha messo nel suo programma: “Sostegno ai padri separati e ridefinizione delle norme sull’affidamento della prole e sull’assegnazione degli alimenti in caso di separazione coniugale”,
    Fratelli d’Italia – che sostengono Francesco Storace nella corsa verso la presidenza della Regione – hanno fatto di questi temi la loro bandiera assecondando molte delle istanze contenute nel ddl 957 che modificherebbe l’affido condiviso con gravi effetti su donne e minori.
    il Movimento 5 stelle ha cominciato a interloquire con queste istanze,
    Bruno Volpe – il direttore di Pontifex da cui prese infelice spunto il prete di Lerici per dire che le donne il femminicidio se lo vanno a cercare – ha parole di conforto dichiarando che da una parte pensa “ai tanti padri separati che dormono per strada ridotti in miseria” e dall’altra pensa “ai tanti bimbi abortiti, molti più delle donne uccise”.
    Casini (schierato con Monti e Fini) ha detto da Vespa che pensa “ai padri separati che dormono in macchina e fanno la fila alle mense della Caritas”,
    Matteo Salvini (Lega alleata con Pdl) da Santoro ha ricordato il finanziamento di 500 mila euro della Regione Veneto pensato in particolare per i padri separati.

    Secondo l’Istat il 12,7% delle persone che si rivolgono alla Caritas sono separate o divorziate, e di queste il 66,5% sono donne mentre il 33,5% sono uomini.
    Per l’Istat tra gli uomini separati l’1,6% è povero di contro a un 3,5% di separate in povertà, dato che in presenza di figli minori sale al 15,4% per le donne.

    Secondo un calcolo dell’Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto-letto per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ne servirebbero circa 6mila, nella realtà sono soltanto 500: alla fine dell’anno potrebbero anche essere di meno:

    http://www.huffingtonpost.it/2013/01/25/femminicidio-centri-anti-violenza-_n_2548663.html

    Le risorse non dovrebbero essere richieste dai partiri per ambo le parti – padri e madri separate -, e in egual misura?

    O l’Italia è un paese di soli uomini, e i voti delle donne sono solo ornamentali?

  2. Ancora un articolo a senso unico contro “il maschio”, sempre colpevole a prescindere. Eppure nella cronaca ci sono stati altri due omicidi da parte di una donna contro il proprio marito e convivente, ma evidentemente questo non turba affatto le coscienze di certe “postfemministe”. Si arrivera’ a giustificare anche le uxoricide perche “qualcosa il marito avra’ pur combinato?”. Non si vuole capire che proprio questa faziosita’ instilla un senso comune di impunita’ nelle donne nei rapporti personali con l’uomo, fonte poi della stessa violenza che pure si denuncia? Addirittura Mauro parla di allontanamento dell’uomo dai figli, braccialetti elettronici…siamo fuori?

  3. Siamo di fronte a una degenerazione di civiltà che non ha più punti di riferimento condivisi.La mancanza di prospettive di lavoro per le donne separate ed il fatto che debbano farsi mantenere dall’ex coniuge aggrava la situazione in molti contesti perchè un conto è il mantenimento condiviso della prole un conto è che finchè io donna non trovo un lavoro col quale mantenere me stessa dopo la separazione mette a repentaglio la mia stessa sopravvivenza.L’unica risposta che la Politica deve dare è porre le condizioni perchè ci siano molti molti molti posti di lavoro perchè altrimenti qualunque legge di sostegno al lavoro introduce delle discriminazioni ovvero perchè i giovani e non tutti perchè le donne e non tutti perchè gli over 55 e non tutti.Non è un Paese civile quel Paese dove si deve fare la carità per avere un posto di lavoro.

  4. Gentile dott.ssa Betti,
    mi chiamo Tommaso Montebello e sono candidato alla Camera dei Deputati per Rivoluzione civile in Emilia Romagna. Sono d’accordo con quello che scrive: in questi anni la politica si è resa cieca, sorda e muta di fronte al fenomeno della violenza di genere. Qualche voce si è levata ogni anno in occasione del 25 novembre e dell’8 marzo, ma poco si è fatto di concreto. Rivoluzione Civile, però, ha risposto alle 10 domande di Amnesty compreso il punto sul femminicidio ( costituisce il punto 2 delle risposte)
    Sappiamo che spesso i femminicidi sono “morti annunciate”, perchè l’apice di anni ed anni di violenze.
    E’ importante che il Parlamento, con la prossima legislatura, presenti soluzioni a questo problema. E’ importante che la Convenzione di Instanbul non sia un semplice documento ratificato, ma un tracciato da applicare. E’ importante che i centri anti-violenza vengano supportati e finanziati, non chiusi ( come sta accadendo).
    Credo che si debba fare una distinzione: soluzioni a breve termine e soluzioni a medio-lungo termine.
    Porto solo alcuni esempi ( ma molto altro si può fare ), che in alcuni paesi sono stati messi in pratica.
    Per quel che riguarda il breve termine si potrebbe lavorare sul sostegno alle donne che decidono di denunciare violenza: accanto al supporto psicologico è necessario il supporto materiale, ad esempio lo Stato potrebbe farsi carico delle spese legali della vittima che denuncia.
    Inoltre potrebbero essere utilizzati i braccialetti elettronici per gli stalker: molti femminicidi in realtà sono compiuti da stalker ai quali era stato posto il divieto di avvicinarsi alla vittima e ai luoghi da lei frequentati, va da sè che il semplice divieto formale non è sufficiente.
    Inoltre si potrebbero istituire corsi di autodifesa alle scuole superiori.
    Sul lungo termine è invece importante che i giovani crescano con la consapevolezza che la violenza è sbagliata, e questo può accadere solo attraverso le scuole e dei programmi specifici che coinvolgano non solo i giovani e gli studenti, ma anche i genitori.
    Penso anche che in famiglia, così come si cerca di insegnare che l’omicidio e il furto sono sbagliati, si dovrebbe cercare di comunicare che anche la violenza domestica e lo stupro sono sbagliati.
    Solo attraverso una azione normativa di ampio respiro, la riduzione del divario fra i generi e attraverso una nuova cultura e rappresentazione delle donne si può sperare di combattere questo fenomeno.
    Infine vorrei ricordare che ci sono anche vittime “indirette” della violenza, cioè i bambini. Save the Children e l’Onu hanno posto l’accento sui danni a lungo termine che la “violenza assistita” provoca sui bambini e sulle bambine. Si tratta di conseguenze devastanti per il loro sviluppo psicofisico. Da figlio, che ha avuto un buon padre, posso tranquillamente dire che un padre che picchia la madre in realtà non è un buon padre.

    • Gentile Tommaso Montebello, La ringrazio per la sua risposta tempestiva e ci sono due punti che le voglio sottoporre: il primo è che la mia è una richiesta di presa di posizione pubblica dei tre leader dello schieramento a sinistra affinché nei loro interventi – dalle piazze, ai convegni, ai media – parlino pubblicamente di femminicidio e di Pas dando un diverso rilievo al problema rispetto a una agenda politica, al di là dei loro candidati e come presa di responsabilità personale, oltre che politica, sul tema; il secondo invece riguarda lo specifico del femminicidio – e quindi di tutto ciò che riguarda la violenza contro le donne fino anche alla soppressione fisica della donna in quanto tale – che è un fenomeno che, Le assicuro, non si risolve con il braccialetto per gli stalker. A questo proposito La invito a leggere gli interventi della tavola rotonda con i giudici organizzata da me e dalla giudice Antonella Di Florio a Roma a novembre – materiali – e a leggere la Convenzione No More! contro la violenza-femmincidio che indica chiaramente e in maniera strutturata la possibilità di interventi a breve e a lungo termine (come dice Lei) in Italia per contrastare il femminicidio a partire dalle raccomandazioni Onu (Cedaw e special Rapporteur Onu Rashida Manjoo) redatta e presentata in ottobre a cui hanno aderito migliaia di persone e associazioni tra cui appunto anche politici candidati e candidate oggi alle elezioni (http://www.nomoreviolenza.it/).
      In più Le segnalo che nel suo stesso schieramento, Frida Alberti e Sara Vatteroni, hanno una competenza sulla violenza contro le donne ma soprattutto sul diritto del minore e la PAs, come poche persone in Italia, e posizionarle così in fondo (soprattutto Vatteroni) significa non comprendere la gravità del fenomeno di cui stiamo parlando: ci saranno intere generazioni compromesse se nessuno porrà un freno e un rimedio a quello che sta succedendo nei tribunali italiani a proposito di affidamento.
      Grazie
      Luisa Betti

  5. Legge contro il Femminicidio

    Mi par di capire che non è tanto il fatto che una donna (moglie, compagna/convivente, amante, madre, figlia) venga uccisa, molto spesso brutalmente, dal proprio uomo (marito, compagno/convivente, amante, padre, figlio), anche e soprattutto questo (esistono già leggi che puniscono l’assassinio, più o meno efferato possa essere) ma anche, quanto il fatto che evidentemente la legislazione pecca sulle modalità d’intervento e della reprimenda quando la molestata non viene protetta.
    1 In parole povere, quando la donna denuncia maltrattamenti e minacce, ben documentate e la casistica a dimostrare la pericolosità della continuata vicinanza tra la vittima e il criminale (nel senso del crimine), le forze dell’ordine prima e il giudice poi, devono limitare la libertà di movimento del soggetto, imporgli la lontananza a kilometraggio, l’obbligo di firma e di comunicazione di spostamenti diversi dalla normalità, in un ufficio di polizia/carabinieri sito o il più vicino (inteso come il più lontano dalla vittima) al kilometraggio di lontananza stabilito; controlli a sorpresa durante la notte presso il sito destinato alla sua residenza, che per forza di cose dovrà essere all’esterno del kilometraggio di lontananza.
    2 Con la prima sentenza del giudice, lo stesso dovrà inibire il soggetto al diritto di vedere il/i figli, la cancellazione nel passaporto (se esiste ancora) della possibilità di portarli all’estero.
    3 Tali reprimende avranno la durata di un anno solare dalla data della sentenza, che dovrà avere effetto immediato. Dopo la sentenza del giudice, qualora il soggetto ricada nel delitto, dovrà essere allontanato ulteriormente, quadruplicando il kilometraggio di lontananza (mantenendo l’obbligo di firma ecc ecc); dovesse perdurare l’aggressività del soggetto, si dovrà ricorrere all’arresto e la seguente traslazione in un carcere per un periodo di 6 mesi, al termine dei quali, il soggetto dovrà riprendere la residenza a kilometraggio quadruplicato, che avrà la durata di un anno dalla data del suo rilascio dal carcere. E ancora, qualora dovesse continuare il comportamento aggressivo e violento del soggetto, il giudice non potrà che espellerlo dalla regione, nella quale potrà far ritorno giornalmente, attraverso un tragitto ben definito e per il tempo necessario a espletare le proprie mansioni lavorative. Altro deterrente, sarà fatto obbligo al datore di lavoro di comunicare preventivamente e telefonicamente, alle forze dell’ordine (prima di concederla), l’uscita anticipata; il mancato arrivo del soggetto nell’ora stabilita di inizio lavoro, dovrà essere tempestivamente comunicata alla struttura prevista.

    Lo scopo è tenere sotto controllo il soggetto per non alimentare l’ira che lo spingerebbe a vendicarsi; fargli capire che ogni qualvolta sgarra, gli sarà sempre più difficile recarsi al lavoro o vedere e frequentare i soliti amici , frequentare i soliti posti perchè dovrà percorrere sempre più strada; dovrà alzarsi prima per andare al lavoro, c’impiegherà più tempo per tornare a casa e quindi meno tempo libero da dedicarsi. Il soggetto (ma può essere anche una lei, quindi la legge dovrà prevedere entrambi i casi) dovrà essere informato preventivamente, che tutte le reprimende saranno l’effetto dei suoi comportamenti (la mancata informazione al soggetto non avrà rilevanza giuridica, ma sarà causa di provvedimenti disciplinari contro coloro che avrebbero dovuto elargire informazione).

    Non basta una legge sul femminicidio, se non si cambia la mentalità delle persone, c’è bisogno della cultura del rispetto reciproco e dell’altrui volontà e libertà, che devono essere considerate sacre quanto le proprie e questo lo si ottiene attraverso una capillare informazione educazione, sin dai primi anni di vita e quindi sin dal primo grado d’istruzione.

  6. Io mi chiedo come mai si parli dei padri separati in difficoltà se l’ISTAT ha dimostrato che l’85% dei padri separati tenuti a farlo per provvedimento di un giudice non paga il mantenimento. I politici che strizzano l’occhio ai padri si chiedono come sopravvive l’85% delle madri separate con figli? E, date le elezioni in vista, alcuni politici hanno forse dimenticato che anche le donne oggi votano?

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