L’Onu dice che il femminicidio esiste

Quando si dice che l’ignoranza è una brutta bestia ci viene da ridere, ma quanto dobbiamo rivendicare il fatto che essere ammazzate come donne, e quindi essere vittime riconosciute di femminicidio, o quando qualcuno ci dice che se una donna rimane incinta dopo uno stupro deve essere stato il volere di Dio, ci potrebbe anche scappare un urlaccio. Ma con una differenza: che mentre allo sfondone del candidato senatore dell’Indiana (Usa), Richard Mourdock, che giorni fa si è detto contrario all’aborto anche dopo uno stupro perché sarebbe “voluto da Dio”, ha risposto direttamente Barak Obama dicendo che “Le donne sono perfettamente in grado di prendere questo tipo di decisioni, e gli uomini politici non hanno il diritto di interferire”; qui da noi non solo nessuno ribatte a chi nega il femminicidio, ma anzi (non so se con verifica del direttore o meno) ciò viene pubblicato da giornali che ritengono così di dare voce a un pluralismo che però è privo di notizie reali, e in più lo fa fare in una rubrica dedicata alle donne.

Negli Usa, in questa campagna elettorale che vede il corpo delle donne come campo di battaglia privilegiato del Gop (le elezioni presidenziali si svolgono il 6 novembre) e dove la follia rasenta il ridicolo, si è dibattuto sullo “stupro legittimo” grazie al repubblicano Todd Akin –  vicino a Paul Ryan –  il quale ha avuto la faccia tosta di dire che se una donna viene veramente stuprata secerne un liquido che uccide gli spermatozoi e che quindi, se è un vero stupro, lei non può rimanere incinta: una teoria non nuova ai repubblicani ma sostenuta già nel 1988 dal senatore della Pennsylvania, Stephen Freind, che asseriva che le donne raramente rimangono incinta da uno stupro, perché gli “attacchi violenti” causano una “infertilità temporanea” e quindi la probabilità di rimanere incinta in questi casi è di “uno su milioni e milioni e milioni”.

Negli Usa, e precisamente in Ohio, il senatore repubblicano Josh Mandel ha chiesto di vietare l’aborto se viene anche solo captato il battito cardiaco del feto, mentre il repubblicano Bobby Franklin ha chiesto che le vittime di stupro siano definite non “vittime” ma “accusatrici”. A tutto ciò Barak Obama ha avuto il coraggio di rispondere con fermezza e senza mezze parole, dichiarando pubblicamente dove sta e cosa pensa, e qui invece che fanno gli uomini che hanno responsabilità di diverso tipo?

Stanno in silenzio, troppo in silenzio, soprattutto di fronte ad affermazioni che possono essere molto pericolose, oltre che inquietanti.

Mentre è ancora vivo nel pensiero la morte di Carmela, una ragazza di 17 anni, che è morta cercando di salvare la sorella dalle coltellate del suo ex fidanzato, l’altro giorno a Trecastagni (Catania), un uomo ha lanciato l’asciugacapelli – ancora attaccato alla corrente – nella vasca piena d’acqua mentre la partner faceva il bagno, per poi cospargerla di alcol cercando di darle fuoco con un accendino.

In Italia l’80% della violenza si consuma all’interno di relazioni intime, mentre il 70% dei femmincidi avvengono in un contesto in cui servizi o forze dell’ordine sono già stati preavvertiti del rischio – come è successo nel caso di Lucia, sorella di Carmela, che aveva in qualche modo chiesto aiuto ai carabinieri. Questi dati, presenti nel rapporto della Special Rapporteur dell’Onu venuta in Italia quest’anno per verificare lo stato del nostro Paese in materia di violenza sulle donne, sono stati elaborati e aggregati grazie allo sforzo delle associazioni che lavorano sul territorio nazionale contro la violenza maschile sulle donne, perché i dati ufficiali sulla materia in Italia sono fermi alla indagine Istat del 2006. E come per la violenza anche per gli omicidi con movente di genere, il trend in rialzo è dato dagli studi e la pazienza di alcuni centri antiviolenza che hanno cominciato a un certo punto a contare i femminicidi perché, in assenza di dati ufficiali, si rendevano conto – lavorandoci in maniera costante – che il fenomeno era grave e urgente da affrontare.

Sul femminicidio quindi si pongono due chiarimenti per chi le cose non le sa: il primo, è la questione dei dati, la seconda è sul perché si chiamano femminicidi.

Sui dati in Italia non c’è un osservatorio nazionale ufficiale sui femminicidi come in Francia e in Spagna, in quanto il ministero non è in grado (anche se è cosa semplice) di elaborare dati in maniera differenziata, ma l’urgenza ha messo a lavoro organizzazioni che lavorano sulla violenza che hanno cominciato pazientemente a contare (Casa delle donne di Bologna) estraendo dalla stampa di questi ultimi anni (dal 2006) le donne uccise per motivi di genere facendo una meticolosa ricerca da cui è emerso che il numero aumentava di anno in anno. Il dato quindi pur non essendo ufficiale, è reale: perché sono morti vere a fronte poi di un sommerso che sicuramente è più grande. Quindi, in base a ciò, se è vero che, come sostengono i dati del ministero degli interni, gli omicidi nel complesso in Italia sono diminuiti, in questo numero minore di morti, quelli che possono essere classificati come femminicidi hanno un trend in aumento. Quindi nell’attesa che escano fuori i dati sulla violenza che la ministra Fornero ha promesso con una nuova indagine Istat, e nella speranza che anche in Italia sia istituito un osservatorio nazionale sul femminicidio, noi le morte ammazzate ce le contiamo, e non è una cosa fuori luogo dato che la stessa  Special Rapporteur dell’Onu ha usufruito, nel suo soggiorno in Italia, dei dati delle organizzazioni che lavorano sulla violenza che hanno molto più chiara delle istituzioni la situazione su questo problema.

Per quanto invece riguarda l’Onu – che non è un organo schizofrenico che dà i numeri e poi fa il primo rapporto tematico sul femmincidio – riporto quanto segue.

Il 25 Giugno alle Nazioni Unite di Ginevra, nel corso della, Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto alla violenza sulle donne, ha presentato in quella sede il “Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere” e il “Rapporto sulla violenza esito della sua missione in Italia dello scorso Gennaio”, e da lì sono anche uscite le “Raccomandazioni al governo italiano” in cui si pone l’accento sulla raccolta dati anche in rapporto alle associazioni che già fanno questo lavoro:

D. Statistiche e raccolta dei dati

97. Infine, il Governo dovrebbe:

(a) Rafforzare, anche attraverso lo stanziamento di fondi consistenti, la capacità dell’ISTAT al fine di istituire un sistema di regolare raccolta e analisi dei dati, attraverso parametri standardizzati, disaggregandoli in base alle caratteristiche più rilevanti al fine di capire l’entità, le tendenze e le manifestazioni della violenza sulle donne;

(b) Assicurare che nella raccolta di tali informazioni, l’ISTAT collabori regolarmente con le istituzioni e organizzazioni che già lavorano alla raccolta dei dati sulla violenza contro le donne – tra cui le forze dell’ordine, i tribunali e la società civile. L’obiettivo finale dovrebbe essere l’armonizzazione delle linee guida per la raccolta dati e l’uso di tali informazioni in modo efficace da parte di attori istituzionali e non.

 

Per quanto invece riguarda il “Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere”:

CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI

SIDE EVENT

ITALIA – VIOLENZA CONTRO LE DONNE – FEMICIDIO – RISOLUZIONE

UNSC 1325

25 Giugno, 2012

15:00 – 17:00

Palais des Nations – Aula XXI

Dichiarazione di Rashida Manjoo

“Care colleghe e amiche,

Innanzitutto vorrei ringraziare l’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici, la rete italiana dei centri antiviolenza (DIRE), la Fondazione Pangea, Women’s UN Report Network e tutti gli altri sponsor, per avermi invitato ad aprire questo panel sulla violenza nei confronti delle donne e il femicidio in Italia. Questo evento è quanto mai appropriato dal momento che quest’anno ho condotto la prima missione paese ufficiale del mandato in Italia e ho dedicato il mio rapporto tematico alla questione degli omicidi delle donne basati sul genere.

Il rapporto tematico affronta gli omicidi di donne, sia quelli che avvengono in famiglia che nella comunità, quelli perpetrati o condonati dallo Stato. A livello mondiale, l’incidenza delle diverse manifestazioni di tale violenza è in aumento, con termini quali femicidio, feminicidio, delitti d’onore, delitti passionali ecc. usati per definire questi atti. Il mio rapporto sostiene che la mancanza di responsabilità e trasparenza per questi crimini rappresenta la norma.

Più che una nuova forma di violenza, gli omicidi di genere sono la conseguenza estrema di altre forme di violenza nei confronti delle donne. Tali omicidi non sono incidenti isolati, che avvengono improvvisamente e inaspettatamente, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo.

Il rapporto sulla mia missione in Italia analizza questa serie continuativa di violenze. La violenza domestica, la forma più estesa di violenza, continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum di violenza all’interno delle mura domestiche riflette un crescente numero di vittime di femicidio da parte di partner, mariti, o ex-fidanzati. Purtroppo, la maggior parte delle manifestazioni di violenza non viene denunciata perché le vittime vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza domestica non sempre è percepita come un crimine; dove le vittime in gran parte dipendono economicamente da chi è responsabile della violenza; e dove persiste ancora la percezione che la risposta dello stato non è appropriata o utile. La questione della risposta dello Stato alla violenza nei confronti delle donne è sottolineata anche nel mio rapporto tematico, che analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale negli omicidi di genere, che sono causati da atti o omissioni dello Stato. La violenza istituzionale nei confronti delle donne e delle loro famiglie può includere: la tolleranza, la colpevolizzazione delle vittime, le difficoltà di accesso alla giustizia, l’efficacia dei rimedi, le minacce, la negligenza, la corruzione, gli abusi da parte dei pubblici ufficiali. In questo contesto femicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle istituzioni pubbliche – data l’inefficacia delle politiche di prevenzione, protezione e tutela della vita delle donne che hanno subito molteplici forme di violenza nel corso della loro vita.

Il mio rapporto tematico del 2012 fornisce un quadro generale, a livello mondiale, delle tendenze e delle forme di omicidio di genere nei confronti delle donne, che stanno raggiungendo proporzioni allarmanti. Queste comprendono: gli omicidi di donne accusate di stregoneria, i delitti di donne e ragazze in nome dell’onore, gli omicidi in situazioni di conflitto armato; le uccisioni di donne indigene; le forme estreme di omicidi violenti di donne, come quelli legati alle bande criminali, alla criminalità organizzata, ai traffici di droga, alla tratta di esseri umani, i crimini legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e ogni altra forma di violenza sulle donne, tra cui gli infanticidi femminili.

Nel caso specifico dell’Italia, secondo le statistiche che ho ricevuto durante la mia visita nel paese, mentre il numero di omicidi di uomini su uomini è diminuito dall’inizio del 1990, il numero di donne uccise dagli uomini è aumentato. Un rapporto sul femicidio basato sulle informazioni raccolte dai media indica che nel 2010, 127 donne sono state uccise dagli uomini. Nel 54% dei casi, il responsabile era un partner o ex-partner e solo nel 4% dei casi l’aggressore era uno sconosciuto. Il 70% di tutti i casi di femicidio ha riguardato donne italiane e nel 76% dei casi anche gli aggressori erano italiani, al contrario di quanto si crede comunemente, che tali crimini siano commessi da stranieri, un luogo comune generalmente rafforzato dai media.

In tutto il mondo, le manifestazioni di omicidi di genere contro le donne sono incorporate nel contesto culturale e sociale e continuano ad essere accettate, tollerate o giustificate – e l’impunità è la regola. La responsabilità dello stato di agire con la dovuta diligenza per la promozione e la tutela dei diritti delle donne è scarsa. Alcun passi intrapresi dagli Stati per rispettare l’obbligo della dovuta diligenza nel prevenire la violenza nei confronti delle donne comprendono l’adozione di una legislazione specifica, lo sviluppo di campagne di sensibilizzazione e la previsione di corsi di formazione per gruppi di professionisti, inclusa la polizia, le procure e i membri della giustizia. Alcuni Stati hanno adottato Piani d’Azione Nazionali sulla violenza nei confronti delle donne nello sforzo di coordinare le attività tra e all’interno delle agenzie governative e di avere un approccio multi-settoriale alla prevenzione della violenza.

Nel caso dell’Italia, sono stati fatti sforzi da parte del governo attraverso l’adozione di leggi e politiche, compreso il Piano d’Azione Nazionale contro la violenza, e l’istituzione e la fusione di organismi governativi responsabili della promozione e protezione dei diritti delle donne. Tuttavia, questi risultati non hanno portato a una riduzione del numero di femicidi o non si sono tradotti in miglioramenti reali nella vita di molte donne e ragazze. Dal momento che il femicidio in molti casi è il culmine di una serie di abusi commessi contro le donne da mariti e partner, l’accesso alla giustizia è fondamentale per rompere questa spirale di violenza. Inoltre ho appreso che in Italia restano ancora diversi ostacoli per quanto riguarda i rimedi relativi a casi di violenza domestica. Per esempio, sono stata informata di casi di violenza domestica portati alle corti non perseguibili perché caduti in prescrizione, a causa dei lunghi ritardi nella chiusura dei casi.

É chiaro che mentre gli Stati hanno avviato vari programmi di prevenzione, ci sono molte lacune in questo lavoro. Bisogna accentuare l’approccio olistico nel prevenire gli omicidi di genere in tutte le misure adottate dagli Stati per indagare e sanzionare la violenza, in particolare nell’elaborare, implementare e valutare la legislazione, le politiche e i piani nazionali d’azione.

Il mio rapporto tematico conclude ricordando come i sistemi regionali e internazionali di diritti umani hanno interpretato l’obbligo di dovuta diligenza degli Stati nei casi che riguardano gli omicidi di genere. La violenza nei confronti delle donne è stata affermata in molti strumenti per i diritti umani e dagli organismi per i diritti umani come una violazione dei diritti e delle libertà fondamentali delle donne. Gli omicidi di donne costituiscono una violazione tra le altre del diritto alla vita, all’eguaglianza, alla dignità, alla non discriminazione e il diritto a non essere sottoposto a tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumane o umilianti.

Gli Stati hanno quindi l’obbligo di prevenire, investigare e punier tutti i casi di omicidi di genere contro le donne, così come di garantire la riparazione alle vittime e alle loro famiglie.

Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro un dibattito proficuo per il panel di oggi”.

11 pensieri su “L’Onu dice che il femminicidio esiste

  1. L’anno 2011 ha visto come protagonisti padri separati scendere in Piazza a Roma, tra l’altro supportati dalle stesse nuove compagne, abbiamo visto padri separati presiedere sistematicamente ad ogni singola trasmissione televisiva, abbiamo inoltre visto padri separati incatenati ai cancelli per farsi ascoltare. E’ giunto il momento di riportare giustizia e di raccontare il reale disagio sociale dei nostri tempi. “Rete Interattiva” (gruppo di madri separate sparse in tutta Italia, ha finalmente deciso di dare voce a tutte quelle donne con bambini che rimangono sole e senza risorse. Congelate da impegni, preoccupazioni, difficoltà oggettive, talmente bloccate che non riescono a farsi ascoltare.

    Che sia chiaro, una madre non può permettersi di mettere a repentaglio i suoi bambini e sè stessa compiendo gesti estremi pur di “fare notizia”, ma questo non significa che queste donne, questi figli, stiano vivendo sereni e cautelati. La nostra Rete non vuole difendere una “categoria” specifica, vuole innanzitutto salvaguardare “chi” cresce questi bambini. Le statistiche denunciano numeri al limite della sopravvivenza, dati Istat 85% madri sole con figli, contro il 15% dei padri. Vogliamo aiutare i deboli, le percentuali illustrano fin troppo chiaramente che sono proprio le madri separate con figli ad appartenere alla fascia debole. Donne penalizzate, socialmente, economicamente e moralmente. Urge riportare equilibrio a livello mediatico e invitare le madri alle trasmissioni, spronandole ad uscire dall’omertà che si innesca per il timore di perdere i figli. La scarsa e mancata rappresentanza politica delle donne è da considerare un elemento di svantaggio per il miglioramento complessivo della condizione delle madri.

    I disagi li vive “CHI” cresce i figli.

    Un cordiale saluto
    Rete Interattiva staff
    https://www.facebook.com/rete.interattiva

    Video Manifestazione Piazza Montecitorio Rete Interattiva con lo slogan “Bigenitorialità Assente – 4 ottobre 2012:https://www.youtube.com/watch?v=dqV_2lM6AQY

    Articolo IlFattoQuotidiano sulla manifestazione: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/30/laffido-condiviso-dei-figli-esiste-solo-sulla-carta-mamme-separate-scendono-in-piazza/368556/

  2. luziferszorn non scomodi le categoria della psicoanalisi… questa non individua nessuna categoria … per il sottoscritto la psicoanalsi è una finta scienza … fa meglio la maga circe o la signora marche ai bei tempi che vendeva sale nelle tv come polverina salvavita… per il sottoscritto la psicoanalisi è la piu grossa menzogna che l’uomo si sia inventato… la seconda altra menzogna è il femminicisdio italiano… con 100 donne uccise su + o – 35 000 000 di donne si vuole creare un emergenzasociale che i numeri non sostengono…. un fatto scientifico per essere definito tale deve essere misurato … forse questo lei non lo sa o forse lo ignora… se un fatto non viene misurato si puo solo parlare di aria frita.. (nelle scienze sociali e nella psicoanalisi si usa la statistica per fare delle misure) … se lei conosce un pochino di matematica (basta anche quella delle elementari) i fatti che la statistica fa emergere mettono in evidenza fenomeni sociali che in italia non esistono… non stiamo parlando di statistica che si usa negli accelleratori di particelle del cern ma di veri e propri rudimenti di statistica (elementari) … concetti di statistica che hanno nobilitato la psicoanalisi di dignita scientifica (a mio avviso non meritava dignita scientifica questa disciplina ….) quando poi riescie a smettere di fare le sue IPOTESI si accorge che sta ragionando su 100 donne ammazzate e in italia ci sarebbero almeno 35 000 000 di donne questo basterebbe a farle capire che non ce emergenza femminicidio si eserciti con la probabilita scoprira che la possibilita che una donna resti ammazzata in italia è approssimativamente uguale alla possibilita di azzeccare una quaterna secca su una fissata ruota…

  3. Non posso rispondere alle provocazioni, dovrei scomodare di nuovo le categorie della psicoanalisi applicata, e la padrona di casa mi ha già redarguito una volta. Stesso discorso per i dati del Global Study on Homicide che imho sono inappuntabili e straordinariamente utili alla causa “femminicidio”; ma sono anche dati che si prestano a facili manipolazioni, specie se non ne comprendiamo le dinamiche, appunto psichiche, che li determinano. Due post interessanti, che potrebbero portarci in questa direzione d’analisi, li ho letti in coda ad un lungo thread sul blog “ilcorpodelledonne” (non ricordo il titolo, quello col Burri rosso in copertina): intendiamoci, post che contestavano quella che io chiamo “paranoia neo-fem” (nella fattispecie del caso approcci semplicisti al dato statistico) e a cui velatamente accenno pure qui, nel mio post d’apertura (sul tema torna, vedo, anche il Mazzola, cercando di riparare al suo precedente: ma come avevo già detto l’altro giorno, Mazzola tradisce platealmente una certa misoginia di fondo e quindi quando adesso rincara la dose parlando di “misandria crescente” non fa che una proiezione psico-panica sui disagi e i conflitti sessuali uomo/donna presenti nella società attuale). In definitiva il passo successivo a questi dibattiti è proprio un’analisi che indaghi sistematicamente le dinamiche psichiche che determinano i dati stessi delle statistiche, cioè il numero degli omicidi di donne da parte di uomini che agiscono criminalmente, sempre in un crescendo di azioni coercitivo-autoritarie, e spesso in preda a forme di ira le cui origini ogni uomo conosce. Perché è di questo che gli articoli di Mazzola parlano, ovvero nel numero relativamente basso dei femminicidi presenti nel nostro paese se confrontato con quello di altre nazioni europee. Come ho detto, questo è un dato manipolabile ideologicamente, sia a favore che contro la causa femminicidio – e infatti è questo che sta succedendo nel dibattito pubblico/mediatico (cfr. il post di Collevecchio – guarda, una psicologa! – sul FattoQ in risposta al nuovo di Mazzola). Andare all’origine del dato, al contrario, significa andare all’origine della pulsione omicida stessa che determina questi delitti. Le categorie della psicoanalisi non possono più essere espunte dal dibattito culturale.

  4. signor luziferszorn hanno gia fatto il film di balle spaziali al cinema?ne sta dando un anteprima?lei si fa delle domande e si da delle risposte… marzullianismo o cosa?deformazione professionale?ci spieghi…. che problemi ha a comprendere che il femminicidio con quelle percentuali bassissime su numeri ancora piu piccol non puo essere sostenuto come allarme sociale in italia… e a noi interessa soprattutto dell’italia e non di cosa succede in altri paesi… capisce che io e altri siamo soprattutto preoccupati delle donne italiane… cioe delle nostre mamme delle nostre sorelle delle nostre figlie… poi ci preoccupiamo di cosa succede nelle altre parti del mondo… a me sembra che la signora betti voglia importare statistiche da altri paesi e fa sembrare italiano un problema che non ci riguarda direttamente…. ma ovviamente è solo una mia sensazione…

  5. in italia gentile signora giornalista sta succedendo questo?

    articolo completo lo trova qua… lo pubblichi http://www.focus.it/community/cs/forums/thread/477057.aspx

    In questo articolo il prof. Murray Straus, uno dei massimi esperti mondiali in materia di violenza domestica, descrive i metodi criminali usati da femministe per far credere che gli uomini siano più violenti delle donne.

    http://www.centriantiviolenza.com/the_truth_archives/dati-falsificati/

    Grazie a questa totale falsificazione della realtà una donna violenta può assumere una spietata avvocata nazifemminista, accusare falsamente il marito di violenza, guadagnarsi un processo dove la vittima rischia di venire condannata sulla base del nulla, mentre la criminale, con l’aiuto della giustizia deviata, può alienare ed abusare dei figli.

    L’articolo è pubblicato su European Journal of Criminal Policy Research 13 (2007) 227-232.

    Metodo 1. Nascondere l’evidenza.

    Fra i ricercatori non allineati all’ideologia molti (incluso e me alcuni colleghi) hanno nascosto risultati che mostrano che uomini e donne sono violenti in egual misura per evitare di diventare vittime di accuse al vitriolio ed ostracismo. Quindi molti ricercatori hanno pubblicato solo dati su maschi violenti e femmine vittime, omettendo deliberatamente maschi vittime e femmine violente

    Metodo 2. Evitare di ottenere dati inconsistenti con la teoria della “dominazione patriarcale”.

    Nelle indagini statistiche, questo metodo di manipolazione consiste nel chiedere alle donne delle violenze subite da uomini, ma evitare di chiedere se hanno commesso violenze.

    Metodo 3. Citare solo studi in cui gli uomini sono violenti.

    Potrei elencare moltissimi articoli che hanno citato articoli in maniera selettiva, ma invece mostrerò come questo processo di inganno e distorsione è istituzionalizzato in documenti ufficiali di governi, ONU, OMS.

    Metodo 4. Concludere che i risultati supportano l’ideologia femminista quando ciò è falso.

    Gli studi citati sopra, oltre ad illustrare la citazione selettiva, contengono anche esempi di adesione ideologica che porta i ricercatori a interpretare falsamente i propri dati.

    Metodo 5. Creare evidenza per citazione.

    È quello che Gelles ha chiamato “effetto woozle” [un animale inesistente dei cartoni animati di Winnie the Pooh]: si crea quando numerose citazioni di pubblicazioni passate che non contengono evidenze scientifiche ci ingannano nel credere che questa evidenza esista.

    Metodo 6. Ostruire pubblicazioni e levare i fondi a ricerche che potrebbero contraddire l’idea che la dominanza maschile sia la causa della violenza domestica.

    Ho documentato un caso in cui una pubblicazione è stata bloccata, ma credo che capiti spesso. Il caso più frequente è la auto-censura di autori che temono che i risultati possano danneggiare la propria reputazione, e, nel caso degli studenti, la possibilità di trovare un lavoro.

    Un esempio di blocco di fondi è la proposta di investigazione del 2005 del National Institute of Justice: il bando diceva che non era permesso studiare la violenza sugli uomini.

    Metodo 7. Minacciare, assalire e penalizzare i ricercatori che producono risultati scientifici contrari all’ideologia femminista.

  6. questa è bella … che taccia di ignoranza chi? quando non si sta come sostenere le bufale ci si inventa ogni sorta di escamotage… e se le statisctiche italiano non sostengono la tesi le si importa dala paesi islamici e o dalla cina… ma questi articoli vogliono informare i cittadini e o programmarli? in italia il femminicidio non esiste come allarme sociale… i numeri non sostengono questa tesi… è chiaro che se prendiamo i numeri di altri paesi sarebbe sostenibile… parliamo del 23% di donne ammazzate… in assoluto sono circa 140 per la finestra 2011 se non erro… da questo numero resta da togliere ancora le donne non uccise da persone coinvolte sentimentalmente quindi destinao a essere ancora piu basso… qualcuno ci guadagna qualcosa dal voler sostenere questa grande menzogna… l’onu ci colloca per numeri tra i paesi piu virtuosi rispetto a queste statistiche… la verita sta in piedi da sola e non ha bissogno di scienziati finti da inventarsi balorde e improbabili quanto goffe teorie per sostenersi….

  7. in chi compie femminicidio c’è credo anche un problema di psiche e di una famiglia che non ha saputo/voluto insegnargli cos’è davvero l’amore e che è normale soffrire per essere stati mollati o traditi,ma non è normale uccidere chi ti lascia

  8. Mi si concederà l’apostrofo come l’accento su “sé stessi”. Non mi pare cmq un gran argomento. Ci terrei però a precisare che nel fare riferimento alla nostra psiche non intendo promuovere la TSO. Sto estremizzando per rendere l’idea. Un problema della nostra società contemporanea è anche la rimozione del dato psicoanalitico (timor panico che la nostra psiche proietta sulla società, come se ognuno di noi avesse qualcosa di tremendo da nascondere). Peraltro proprio non saprei come analizzare atteggiamenti misogini (tipo quelli che ho indicato sopra) senza far riferimento alla psiche (linmite mio, non discuto). Semmai comprendo il timore di esser tacciati di diffamazione anche solo scrivendo quel che ho scritto sopra. E qui mi fermo ringraziando per l’ospitalità.

    • Gentile Luzi, rimango dell’idea che non sia un problema di psiche ma culturale, e mi dissocio da ciò che lei afferma dichiarando che è un suo punto di vista, pur ospitando il suo commento – pacato e equilibrato – su questo blog.
      Grazie

  9. Beh, non è vero che nessuno risponde, puntualizza, ribatte a quegli interventi un pelo squinternati che siamo abituati a leggere su molti quotidiani (non molto tempo fa Massimo Fini fu costretto a chiedere pubblicamente scusa dopo una sua tremenda e imbarazzante uscita in cui ironizzava su uno storico caso di stupro/femminicidio). Sullo stesso FattoQ il giorno successivo alle esternazioni di Adriano Mazzola compaiono almeno 4 interventi in risposta. Senza poi contare quello che si scrive sul web libero, blog, forum, liste discussione e quant’altro. Quel che manca, semmai, sono interventi di alto profilo sulle pagine dei quotidiani. L’ultima analisi di uno psicoanalista che si propone di indagare le origini del fenomeno del femminicidio (nello specifico le uccisioni di donne da parte di uomini “abbandonati” dalle medesime) risale alla primavera scorsa (Recalcati, Repubblica, 5/5). Sempre sul FattoQ Elena Rosselli dice bene quando rispondendo all’intervento di Adriano Mazzola ci esorta a lasciar perdere le statistiche e a occuparci della cause. Aprire dibattiti sulle cause. Lasciar perdere queste sterili contrapposizioni “esiste/non-esiste”, laddove il “non-esiste” sembra innescarsi inconsciamente in un clima paranoico-negazionista (di cui certo maschilismo dichiaratamente fascista fa ampio e becero uso sul web) al fine di muovere comunque ad una forma di dialogo. Certamente un dialogo conflittuale (vedi la problematica misogina di un Massimo Fini) ma comunque non privo di possibilità di intesa (forse questo il motivo della mancata censura preventiva da parte di un direttore di giornale: un conto è un demente che vomita idozie sul web un altro un giornalista ideologicamente delirante). Vogliamo spogliare l’intervento di Mazzola da quel superfluo la cui origine misogino/ideologica non sfugge al lettore più perspicace e andare al nocciolo? Qual’è la preoccupazione panica del nostro? Che la risposta politica al chiacchiericcio che troppo spesso si ingenera sul femminicidio finisca per produrre una virata reazionaria all’interno della quale casi drammatici come quello di Palermo non potranno che ripetersi moltiplicandosi. Se poi Adriano Mazzola, nel tentativo di spiegarsi, produce un pamphlet misogino sarà ben un problema suo e del suo eventuale psicoanalista. Non certo nostro, cioè di chi vuole veramente che il discorso sul femminicidio venga affrontato in maniera sistematica per la natura stessa del disagio esistenziale che questi delitti lasciano trasparire puntualmente fin dai più insignificanti particolari comunicatici dai media. Cosa c’è dietro ad ogni femminicidio? Quanta violenza sommersa abbiamo dentro le coppie e le famiglie italiane? Questo è il dato allarmante che ogni studioso serio sa non quantificabile statisticamente, proprio perché occultato sistematicamente dalla stessa cultura misogino-reazionaria e autoritario-coercitiva che lo determina. Su questo dato che sappiamo reale ma non quantificabile occorre lavorare e fare seria informazione. Perché sappiamo bene tutti quanti che non c’è un solo femminicidio che non sia stato ampiamente annunciato. Il che significa anche che più sei vicino alla vittima e più sei responsabile della sua morte.

    • Gentile Luzi, il paragone che ho fatto nel mio intervento era con il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, non per sfizio ma proprio per sottolineare il silenzio (da noi) delle istituzioni e di persone che ricoprono posti di responsabilità, un silenzio diventato quanto mai imbarazzante di fronte a quello che si va a delineare come un bollettino di guerra. Per quanto riguarda i contenuti, mi sembra che l’intervento di Rashida Manjoo possa rispondere a tutti e tutte sull’argomento andando dritta al nocciolo e anche con una certa, come dire: competenza? una risposta sinceramente più esaustiva di quelle date dal giornale cui lei si riferisce (a parte l’articolo di Monica Lanfranco che ho apprezzato molto), anche se credo che, visti appunto i precedenti come Massimo Fini (su cui ho anche ampiamente scritto anch’io), ci sia un problema connesso proprio a quel giornale di cui non mi è chiara l’intenzione riguardo alle tematiche di genere se colloca un articolo come quello di cui lei parla in una rubrica dedicata alla donne.
      Sul fatto invece di mandare la gente dallo psicologo ogni volta che scrive o sostiene qualcosa di imbarazzante bisogna essere cauti, primo perché non si può giudicare personalmente una persona senza conoscerla in maniera approfondita (e anche in quel caso sarebbe arduo), secondo perché siamo tutti adulti e ognuno si prende la responsabilità di quello che fa e dice, soprattutto se ne scrive su un giornale. A ciò si aggiunga che gli argomenti riportati dall’articolo suddetto non sono personali, ma ricalcano in maniera imbarazzante tutto un filone negazionista, sia della violenza di genere che del femminicidio, che circola da tempo nel web e altrove (a tratti anche nella politica) con toni aggressivi e con argomentazioni molto simili (anche se con toni diversi da questo articolo che è cmq pacato in confronto) che già troppe volte sono stati ripresi e veicolati nell’informazione pubblica da diverse persone, tra cui anche colleghi: un fatto non isolato da “spogliare” ma un tentativo grave di delegittimare un grave fenomeno di cui appunto anche l’Onu ci invita a risolvere tramite precise raccomandazioni. Ciò, tra l’altro, non si delinea come un fatto prettamente italiano, né quindi tanto meno personale, perché in tutto l’Occidente – a fronte di diritti delle donne conquistati nel tempo – si va delineando l’inquietante recrudescenza di una cultura dello stupro e della violenza contro le donne, e una erosione di quegli stessi diritti a cui noi oggi non dobbiamo rinunciare, ma anzi ampliare, proprio per il diritto ad avere un mondo libero dalla violenza, sia per gli uomini che per le donne.
      Infine qual è si scrive senza apostrofo.
      Grazie

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