Donne vittime della crisi: il caso irlandese

Sono circa 17.000 le irlandesi che stanno lasciando il loro paese per cercare lavoro all’estero. Secondo i sondaggi condotti nel 2011, in Irlanda il tasso di emigrazione sarebbe cresciuto nell’ultimo anno del 16,9 %, con un numero sempre maggiore di donne e uomini che decidono di andare a cercare fortuna in Gran Bretagna, Canada, USA, Nuova Zelanda e Australia. Il fenomeno massiccio di emigrazione coinvolge soprattutto le nuove generazioni ma Mary Gilmartin, studiosa del dipartimento di geografia del NUI Maynooth, sottolinea che in questo aumento ci sia una buona fetta di emigrazione femminile legata ai tagli operati dal governo nel settore pubblico, in particolare insegnamento e infermieristica, lavori tradizionalmente occupati da donne. Pochi giorni fa Eoin Murray, del Consiglio Nazionale Donne d’Irlanda – il più grande organismo rappresentativo nazionale irlandese per le donne – ha diffuso un comunicato in cui si chiariva come il disegno di legge concepito dal governo irlandese per coinvolgere un numero maggiore di donne in politica, stabilendo una presenza obbligatoria del 30% al femminile nelle liste dei partiti per le prossime elezioni – pena il dimezzamento del loro finanziamento – sia solo uno specchietto per le allodole per rimediare ai tagli massicci con cui il governo cerca di placare la crisi e dove, ovviamente, le prime vittime sono le donne, le famiglie monoparentali e le organizzazioni femminili (lo stesso Consiglio nazionale delle donne d’Irlanda, che si muove a tutela dei diritti delle irlandesi, ha visto un taglio di bilancio del 35%). Susan McKay, Amministratore Delegato del Consiglio delle Donne, dopo aver lodato il ministro Phil Hogan per l’introduzione del disegno di legge che promuove le quote rosa, ha allo stesso tempo chiesto al governo di fare un passo indietro sul piano di austerità che grava soprattutto sulle donne: dai tagli agli assegni familiari, alle restrizioni al diritto al lavoro per le mamme single, ai tagli delle risorse assistenziali e la rimozione di numerosi posti di lavoro occupati da donne. Il piano di austerità irlandese, legato alla crisi economica globale, in realtà ha solo messo in luce alcuni aspetti, già esistenti, riguardo la discriminazione femminile. Nonostante Mary Robinson e Mary McAleese, le due ex Cape di Stato, le irlandesi sono state sempre sottorappresentate in quasi tutti i livelli della politica: il Dáil (camera bassa del parlamento irlandese) è composto all’85% da maschi e dal 1918 a oggi dei 4.744 posti presenti, solo 260 sono stati occupati da donne (5,48%). Un rapporto del 2009 sulla partecipazione delle donne in politica, ha identificato cinque ostacoli che riguardano la vita quotidiana delle donne che rinunciano alla vita politica: il doppio lavoro per la cura dei bambini, la mancanza del congedo di maternità per gli uomini, il guadagno minore delle donne (30% in meno dei colleghi maschi) che non si possono permettere campagne elettorali o promesse per potenziali sostenitori, un ritmo di vita frenetico che spinge la politica a orari in contrasto per chi deve anche seguire una famiglia, e un sistema educativo che non mette insieme la gestione delle carriere con l’organizzazione di una casa. Diversi motivi per cui non sarà facile trovare quel 30% che entri in politica.

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